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PREISTORIA/ Le "zone morte" del Sud Atlantico: estinzione di massa o resistenza degli organismi?

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Le perturbazioni ambientali estreme provocano morie di organismi  Le perturbazioni ambientali estreme provocano morie di organismi

Gli archivi geologici delle perturbazioni ambientali del passato offrono l’opportunità di quantificare e modellare le reazioni del biota e il funzionamento degli ecosistemi a fronte di cambiamenti climatici associati a incremento di gas-serra. Le successioni depositatesi durante il Cretacico sono considerate un analogo dei cambiamenti globali in atto per decifrare le interazioni dinamiche tra eccesso di CO2, riscaldamento, ciclo idrologico, connessioni continenti-oceano e potenziali ripercussioni sulle capacità di adattamento degli organismi. Su questi temi è interessante un articolo recentemente pubblicato su PNAS da Kennedy & Wagner (Mass Extinction of Marine Life in Oceans During Prehistoric Times Offers Warning for Future), focalizzato in particolare sulle conseguenze nelle zone costiere depauperate in ossigeno (“zone morte”) dove  ci potrebbero essere grandi morie di organismi incapaci di sopravvivere a perturbazioni ambientali estreme.
I dati derivano da carote recuperate durante una spedizione dell’Ocean Drilling Program nel Sud Atlantico  (Sito 959), in prossimità del margine africano equatoriale dove sedimenti nerastri ricchi in materia organica (TOC oscillante tra 3 e 15%) sono stati campionati in grandissimo dettaglio, con una risoluzione temporale di 100-1000 anni. L’intervallo investigato rappresenta una parte dell’Evento Anossico Oceanico 3 del Santoniano (~ 85 milioni di anni fa), durante il quale il livello di anossia al fondo e la quantità-qualità del materiale terrigeno riciclato dalle terre emerse nell’oceano sono variati ciclicamente in risposta a deboli variazioni climatiche indotte dai parametri orbitali terrestri.
Il lavoro mostra che il TOC varia in modo sistematico e ricorrente indicando una rapida risposta ritmica (secolare) a piccole variazioni nell’insolazione solare, in grado di alterare il delicato equilibrio tra clima, nutrienti, ossigenazione e biota marino.
I dati mineralogici delle argille co-variano con quelli relativi a condizioni di redox nella colonna d’acqua: i picchi di materia organica (TOC), controllati dalla deossigenazione al fondo, coincidono con quelli della smectite, mentre le variazioni ritmiche dell’illite sono sistematicamente sfasate. La presenza della smectite fornisce proprietà mineralogiche favorevoli alla conservazione del carbonio organico e la sua abbondanza è funzione di condizioni climatiche specifiche che legano l’alterazione meteorica alla produzione e seppellimento della materia organica attraverso il riciclo di nutrienti esportati dai continenti negli oceani via trasporto fluviale.



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