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DIBATTITI/ 1. Non è il neuroteologo il supremo giudice delle certezze religiose

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Non si può non essere d’accordo con la tesi centrale della voce “Neuroteologia” che lo storico del cristianesimo Alberto Melloni ha preparato per il nuovo dizionario enciclopedico «La Mente», recentemente pubblicato dall’Istituto della Enciclopedia Italiana Treccani. La tesi può essere riassunta nella frase «è inutile chiedere alla scienza il verdetto sulla fede» che fa da sottotitolo all’articolo “Cercando il «neurone di Dio»” pubblicato lunedì scorso dallo stesso  Melloni sul Corriere della Sera per annunciare al grande pubblico la presentazione ufficiale del Dizionario, avvenuta lo stesso giorno presso la sede romana dell’Istituto. Nella conclusione di questo articolo Melloni spiega più diffusamente il nucleo della sua tesi che, ripeto, non può non essere condivisibile.

Strumenti d’indagine assai raffinati dimostrano soltanto di saper individuare i correlati neuronali degli stati mentali propri dell’esperienza religiosa: né più né meno. Il tentativo di ridurre, Dio a movimenti di neuroni e quello di usare i neuroni per dimostrarne l`esistenza si muovono in un vicolo cieco da ambo i lati. Se c`è una zona del cervello attivata dalla meditazione religiosa, ciò non significa che neurologia e teologia hanno cessato di avere compiti diversi e metodi ai quali ciascuna si deve attenere. Dove il teologo difende la libertà dell`individuo, lo scienziato scopre che credenza, agnosticismo e incertezza pongono alla sua ricerca un’unica e identica domanda.

Il termine «neuroteologia» — inventato dallo scrittore di fantascienza Aldous Huxley, come Melloni stesso ci ricorda — denota, infatti, una particolare interpretazione degli studi sperimentali sulle basi neurofisiologiche dell’esperienza religiosa che curiosamente accomuna, tanto fondamentalisti religiosi, quanto fondamentalisti laici. Tale interpretazione consiste nell’usare queste evidenze sperimentali neurofisiologiche come argomento per provare, da parte dei fondamentalisti religiosi, l’autenticità della fede per la positiva correlazione che tali studi dimostrerebbero fra l’esperienza religiosa e stati di benessere e/o, addirittura, di migliore salute psico-fisica del soggetto che li prova. Da parte dell’altra fazione, invece, la medesima evidenza è usata per provare l’illusorietà della medesima fede religiosa perché, finalmente!, si sarebbe scoperta l’origine neurofisiologica dell’esperienza di Dio, nella preghiera e nella meditazione.

Di fronte a queste evidenti strumentalizzazioni, ha facile gioco Melloni ad affermare che il provare sperimentalmente che l’esperienza religiosa ha dei correlati neurofisiologici non prova assolutamente nulla né dell’una né dell’altra tesi. Semmai evidenzia un limite comune all’una e all’altra posizione, ovvero una sorta di imperante positivismo empirista in tutt’e due le posizioni per cui, per dirlo con le parole dello stesso Melloni, «la scienza non è più un metodo, ma un giudice al quale si deve chiedere di “dimostrare” vuoi la illusorietà vuoi la solidità dell`atto religioso».



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