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DIBATTITI/ 1. Non è il neuroteologo il supremo giudice delle certezze religiose

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Questo atteggiamento scientista comune ai due fondamentalismi redivivi, laicista e religioso, che oggi stucchevolmente si confrontano per la gioia dei talk-show “urlati” di certa televisione e di certo giornalismo pseudo-culturale a buon mercato, è un residuato post-moderno di quella modernità illuminista ormai tramontata che aveva affidato alle scienze matematiche e naturali il compito di fornire le “certezze assolute”, tanto care alle diverse forme di potere politico. Certezze assolute che, nell’età classica o pre-moderna, erano le religioni ad offrire per il controllo delle masse. In tutto questo “non c’è dunque nulla di nuovo sotto il sole” come lo smaliziato autore biblico del Qoelet commenterebbe, soprattutto quando si scopre che oggi, spesso, sono le medesime centrali internazionali di determinati, cosiddetti, “poteri forti” a favorire e finanziare i due opposti fondamentalismi a base empirista ed i loro spalleggiatori politico-mediatici, così da far apparire il tutto un’incredibile, assurda sceneggiata, imbandita sulla testa e purtroppo anche sui cuori delle persone.

Con tutto questo, siamo dunque mille miglia lontani da quello “allargamento degli orizzonti della ragione” di cui parla continuamente il Papa Benedetto XVI, che non possono limitarsi soltanto a quelli della “ragione scientifica”, per di più presa nella sua accezione esclusivamente empirica. Sono “scienza”, infatti, anche le discipline teoriche come la matematica, la logica, la fisica, la chimica e la biologia teoriche, le scienze cognitive etc. e non solo le loro applicazioni sperimentali come le matematiche applicate, l’informatica, o le varie branche della fisica, della chimica e della biologia sperimentali, o le neuroscienze cognitive, nonché le diverse forme di “ingegneria”, associate a ognuna di queste discipline.

Ma soprattutto sono “scienza”, nella più vasta accezione delle “scienze umane” e non solo “naturali”, sia quelle a base empirica quali la psicologia, la linguistica, la sociologia, l’economia, la storia, ma anche discipline filosofiche quali l’ontologia, l’etica, la teologia, ciascuna con tutte le sue specifiche diramazioni e parziali sovrapposizioni con le discipline attigue. Si pensi alla “psicologia sociale”, per esempio, o alla “psicolinguistica”, per rimanere nell’ambito delle scienze umane a base empirica, o alla “teologia naturale”, per passare all’ambito delle scienze filosofiche. Tutte queste discipline sono “scienze” nella misura in cui, come le scienze matematiche e naturali, che fin da Aristotele sono sempre state giustamente considerate un paradigma di scientificità, si danno ciascuna un proprio metodo rigoroso e trasparente per giustificare l’universalità delle loro specifiche forme di argomentazione, deduttive o induttive che siano.

Certamente, nell’età moderna, c’è stato un penoso decadimento nella scientificità delle discipline filosofiche e teologiche che si sono spesso auto-ridotte a vago chiacchericcio estetico o consolatorio, se non di fatto esoterico, proprio per la perdita di un metodo d’indagine rigoroso e soprattutto trasparente a tutti, anche ai non cultori della disciplina, diretta conseguenza della dissoluzione moderna della filosofia e della teologia scolastica che invece un metodo, sebbene limitato – quello analitico-sintetico della sillogistica – l’avevano ed era accessibile a tutti gli uomini di cultura.



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