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DIBATTITI/ 1. Non è il neuroteologo il supremo giudice delle certezze religiose

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 Il pluralismo filosofico e teologico che è derivato dalla dissoluzione del monolite scolastico nella modernità occidentale è certamente un valore. Basta però che ciascun filosofo o teologo definisca in maniera chiara a tutti quale metodo di argomentazione e d’inferenza usa, quali sono i principi e le regole specifiche che introduce rispetto alle altre forme di linguaggio scientifico, filosofico o teologico, in modo da non assomigliare, agli occhi smaliziati dello scienziato – ma ormai anche agli occhi di una sempre più vasta platea di uditori dotati di un minimo di formazione scientifica – ad una sorta di funambolo delle parole più o meno dotato, cui è concesso dire tutto e il contrario di tutto, salvo poi parlarsi addosso e alla cerchia dei propri iniziati, visto che gli altri, in questo modo, non riescono neanche a capire di cosa si stia parlando.

Quando dunque Melloni rivendica, contro le confusioni della “neuroteologia” che le scoperte delle basi neurali dell’esperienza religiosa non esimono neurologia e teologia dallo «avere compiti e metodi diversi ai quali ciascuna si deve attenere», così che non è alla neurologia che si deve chiedere conto della verità delle affermazioni teologiche e viceversa, è certamente nel giusto in linea di principio. Aggiungerei però, maliziosamente la domanda: ma quali sono oggi metodi e compiti, definiti in maniera chiara e, almeno nelle linee generali, resi accessibili a tutti, anche ai non addetti ai lavori, delle discipline teologiche e, aggiungiamo noi, ontologiche o, più in generale filosofiche? Si pensi, per esempio, ai differenti esiti di un congresso scientifico e a quelli di un congresso filosofico o teologico.

Chi entra in un congresso scientifico, vi entra con certe idee e spesso ne esce con altre diverse perché qualche collega è stato capace di dimostrare in maniera convincente per tutti una nuova tesi. Chi esce da un congresso teologico o filosofico spesso ne esce con le stesse idee con cui vi era entrato, perché ognuno si è parlato addosso e ha detto, o cose scontate o cose incomprensibili e difficilmente condivisibili, almeno per chi non ne era già convinto in precedenza. 

Se, così, per tornare al nostro tema, “neuroteologi” e imbonitori di tutti i tipi possono permettersi allegre scorribande nei territori metafisici e teologici è anche perché non si capisce più bene di cosa trattino queste discipline e di come ne trattino. Eppure mai come oggi ci sarebbe bisogno di una sana e condivisibile critica prima che teologica, ontologica, a certe affermazioni dei neuroscienziati.  Melloni con molto tatto ne accenna nella conclusione del suo articolo laddove pone il teologo a «difendere la libertà dell’uomo» contro certe pretese riduzioniste delle neuroscienze cognitive. 



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