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DIBATTITI/ 2. La “persona” sfida le pretese riduzioniste delle neuroscienze cognitive

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Le neuroscienze cognitive, per il semplice fatto di aver individuato con maggiore chiarezza che nel passato, e soprattutto con quella universalità del risultato che l’uso di un appropriato metodo scientifico consente,  il correlato neurofisiologico di certe operazioni mentali, non solo quelle a valenza religiosa, ma anche quelle più in generale legate alla coscienza, al ragionamento, alla scelta morale, interpretano tutto questo come «dimostrazione scientifica» dell’illusorietà della libertà e quindi della responsabilità individuale. Ora, se certamente queste scoperte costituiscono una confutazione delle antropologie filosofiche dualiste antiche (platoniche) e moderne (cartesiane) non è vero che l’alternativa monista — le operazioni mentali non sono “nient’altro che” prodotto di eventi elettro-chimici neurali come la digestione lo è della chimica dei succhi gastrici — professata da tanti neurofisiologi sia l’unica possibile.

Al contrario l’ontologia duale, attenta a correlare ma mai a confondere “materia” (massa e/o energia) e “informazione”, emergente da tanta parte delle scienze naturali  contemporanee. In fisica quantistica, per esempio, si pensi alla dualità irriducibile “onda” / “particella” sintetizzata nel famoso adagio di John A. Wheeler  from it to bit. In biologia, si pensi alla recente dimostrazione che l’eccezionale quantità d’informazione che si produce in ogni processo ontogenetico di un organismo, non ha origine solo “genetica” dal DNA, ma “epigenetica”, dipende cioè dal feedback che i livelli più alti di organizzazione del materiale biologico del singolo individuo in sviluppo e/o sviluppato esercitano sulle sequenze del DNA delle cellule, dando luogo al fenomeno, sotto certe condizioni reversibile, della progressiva specializzazione cellulare, a partire da quelle totipotenti dell’embrione.

Ora, tutto questo fa sì che l’antropologia più appropriata, in grado di porsi in continuità con le neuroscienze cognitive che, a loro volta, applicano l’approccio informazionale allo studio delle basi neurali delle operazioni cognitive non sia quella «dualista» o «monista» ma quella duale. Quella cioè che fa dell’unità psicofisica, della persona umana e non di alcune sue parti, siano esse il cervello o la mente, il soggetto delle operazioni cognitive. Come amava ricordare Tommaso d’Aquino, colui che nel Medioevo sviluppò al più alto grado di rigore metafisico l’antropologia duale, attribuire alla mente (dualismo) o al cervello (monismo), presi a sé stanti, le operazioni cognitive  è tanto assurdo quanto attribuire alla mano o allo scalpello e non allo scultore la paternità della statua prodotta.

Per questo non fa alcuna difficoltà ad un’antropologia duale che qualsiasi operazione mentale dell’uomo abbia un correlato neurofisiologico necessario, proprio come è necessario allo scultore il martello per fare la statua. Nondimeno autore dell’atto cognitivo non è il cervello, ma la persona che lo possiede. Allo stesso tempo questo non è materialismo, perché il cervello non è solo materia, ma materia organizzata da una forma. Operazionalmente, ovvero, in una traduzione delle nozioni di questa ontologia in un modello matematico, capace di essere controllato empiricamente attraverso determinate operazioni di misura, ogni processo cerebrale è costituito da uno scambio di materia e informazione ed è l’informazione che ci costituisce nella nostra specificità molto più che la materia.



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