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DIBATTITI/ 2. La “persona” sfida le pretese riduzioniste delle neuroscienze cognitive

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Noi infatti, e massimamente il nostro cervello, cambiamo completamente la materia di cui i nostri corpi sono fatti almeno due volte l’anno, nondimeno restiamo noi stessi, perché è l’informazione (ontologicamente la “forma”), ovvero “l’ordine delle parti materiali” di cui a diversi livelli (organismo, organo, tessuto, cellula, proteina, atomo, particella sub-atomica,…) siamo costituiti, che garantisce la nostra continuità nel tempo.

Nell’ontologia, e quindi anche nell’antropologia, «duali» ogni corpo e ogni sua parte, insomma, non è solo materia, ma materia e informazione, essendo «l’informazione» una grandezza fisica misurabile (è un entropia statistica), ma immateriale: è bit non it. Informazione che, nel caso degli organismi biologici come già ricordato, è l’individuo stesso a produrre, facendo sì che l’individualità qualitativamente caratterizzata sia distintiva del mondo organico e non di quello inorganico. Due atomi di oro, con “storie” totalmente diverse, sono assolutamente indistinguibili, si differenziano cioè solo numericamente, non qualitativamente. Viceversa, non esistono due animali o piante della medesima specie identici. Addirittura, due gemelli monozigoti, con lo stesso DNA, non sono affatto identici a livello fisiologico, per esempio, hanno due sistemi immunitari distinti. 

Ora, lo specifico dell’uomo che lo rende “persona” è che esso non è soltanto, come un qualsiasi organismo, un sistema auto-organizzante energeticamente “aperto”, che scambia cioè materia con l’ambiente (metabolismo) e produce informazione. L’uomo è anche informazionalmente “aperto”. E’ un corpo che ha una vita psichica perché scambia anche informazione e non solo materia con l’ambiente (conosce) e con isuoi simili (comunica), senza quei limiti che invece gli animali hanno, anche quelli “superiori” nella scala evolutiva[1]. Per dirla con Aristotele, che per primo elaborò nell’antichità un’antropologia duale, l’uomo è animale razionale (biòs loghikòs) perché è animale sociale(biòs politikòs), anche se egli non arrivò mai a definire il concetto di “persona” come soggetto irriducibile di diritti e doveri uguali per tutti.

 

Per lui, come per Platone e qualsiasi greco, i “barbari”, i non-greci, non avevano anima razionale, proprio perché non appartenenti alla polis. Perché si arrivi a definire l’uomo di qualsiasi popolo, cultura e razza come soggetto irriducibile di uguali diritti e doveri, come colui che è sempre fine e mai può essere ridotto a mezzo, come dirà poi Kant; in una parola, per arrivare a definirlo come persona, occorre che loscambio d’informazione su cui si basa la vita psichica umana[2] “trascenda” non solo il livello fisiologico — per questo di per sé basta la cultura, l’appartenenza a una polis, come già sapeva Aristotele — ma anche il livello culturale. Altrimenti dove va a finire la dignità, ma anche la responsabilità morale e legale, appunto, «personali», di ogni uomo in quanto uomo e non come appartenente a questa o quella cultura, razza, gruppo? Dove va a finire cioè la radice della nostra civiltà occidentale e la sua pretesa di universalità, così ben riassunta nella Dichiarazione Universale dei Diritti Umani

 



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