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MEDICINA/ Silenzio in sala (operatoria)

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Il problema delle infezioni “post-chirurgiche” (Surgical Site Infections, SSI) è da tempo nell’agenda sanitaria un po’ in tutto il mondo e sono molti gli studi per individuare la strategia migliore di riduzione del rischio di infezione nei reparti chirurgici. Non sono trascurabili le dimensioni quantitative del fenomeno: i dati di un’analisi sulle dimissioni ospedaliere riportati nel sito del Ministero della Salute parlano di 161 casi di SSI su 100.000 dimessi; ma è chiaro che, quando si parla di salute gli elementi quantitativi non sono i soli né i primi a dover essere considerati.
Nel determinare il fenomeno concorrono diversi fattori: anzitutto le condizioni ambientali, che determinano il grado intrinseco di contaminazione microbica della ferita chirurgica; ma intervengono altri aspetti quali la durata dell’intervento e poi le condizioni soggettive legate al grado di sensibilità del paziente. Si tratta allora di mettere in atto tutte le profilassi previste dai protocolli di reparto, che devono rispondere alle linee guida delle Società Scientifiche di riferimento, e di rendere efficaci i sistemi di sorveglianza per poter valutare il rischio di infezioni del sito chirurgico, verificarne l’effettiva incidenza e individuare le strategie per la loro riduzione.
Nel frattempo la ricerca avanza e offre nuove piste da esplorare per delimitare meglio il problema. Come quella indicata da una nuova ricerca condotta in Svizzera secondo la quale la rumorosità della sala operatoria avrebbe effetti negativi proprio sui pazienti nella fase post-operatoria. Lo studio, presentato sul British Journal of Surgery nell’articolo “Adverse effect of noise in the operating theatre on surgical-site infection”, mostra che le infezioni della ferita chirurgica si verificano nei pazienti che subiscono operazioni in sale con un livello di rumore significativamente più alto.



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