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SPAZIO/ Quando i nodi delle galassie vengono al pettine

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La classificazione delle galassie di Hubble (Fotolia)  La classificazione delle galassie di Hubble (Fotolia)
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Recentemente, un gruppo di scienziati, di cui uno dei Principal Investigators è l’italiano Michele Cappellari dell’università di Oxford, riprendendo parzialmente anche il lavoro di van den Bergh, ha proposto una nuova classificazione. Gli scienziati hanno intrapreso un ambizioso progetto, chiamato ATLAS3D, che prevede l’analisi dettagliata di un campione di 260 galassie nella regione ‘vicina’ a noi (si fa per dire: entro 120 milioni anni luce!), oltre a un confronto con le previsioni delle attuali teorie di formazione delle galassie.

Il campione selezionato è composto da galassie chiamate early-type, una parola che è oramai retaggio storico di un’errata interpretazione dello stesso Hubble, che pensava si trattasse di oggetti giovani. Sono le galassie di forma sferoidale, poste sul manico del diapason di Hubble; sono quindi nettamente separate dalle galassie a spirale. È noto che le early-type sono povere di gas, contrariamente a quelle a spirale; inoltre finora si era convinti che le galassie early-type fossero dei ‘rotatori lenti’, diversamente dalle spirali che ruotano velocemente.

Uno dei punti cruciali della classificazione di Hubble è che, come detto, si basa sull’analisi delle immagini. Grazie ai telescopi moderni, oggi possiamo non solo limitarci all’analisi delle immagini ma anche sfruttare le informazioni che derivano dalla cosiddetta integral-field spectroscopy. Essa consiste nel misurare con elevata precisione la velocità della galassia, rilevando uno spostamento verso il rosso (se si sta allontanando da noi) o verso il blu (se si sta avvicinando) della luce emessa dalle stelle della galassia. Oggi è possibile suddividere in piccole zone ogni galassia ed effettuare questa misura per ognuna di queste zone, ed avere quindi indicazioni su come si muovono le stelle all’interno della galassia.



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