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SCOPERTE(?)/ La vita artificiale, la rx delle idee e gli altri falsi miti della "scienza"

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Craig Venter, scopritore della "vita artificiale" (Foto Ansa)  Craig Venter, scopritore della "vita artificiale" (Foto Ansa)

Un punto topico della letteratura, oltre che del giornalismo e del pettegolezzo spicciolo, è quello della personalità pubblica, famosa, carismatica, vista dall’angolazione particolare del maggiordomo, dell’infermiera, del cuoco, del parrucchiere o in ogni caso di chi disponga di un osservatorio che gli consenta di scovarne il lato umano nascosto dalla preponderante immagine pubblica.

Dopo più di un quarto di secolo di lavoro nel campo della statistica e, più in generale, dell’analisi dei dati applicata alle scienze della vita, mi sono convinto di essere un po’ come l’infermiere (o il medico, il confessore, lo psicologo, il maggiordomo) di quella multiforme personalità a cui diamo il generico nome di scienza.

Praticamente tutti i commentatori dei fatti scientifici, siano essi filosofi, letterati, politici, teologi, non mettono mai in discussione un assunto di base: che se una cosa l’hanno detta gli scienziati essa deve essere dotata di una forte carica di realismo, deve insomma essere (qualsiasi cosa questo voglia dire) “un fatto oggettivo”.

Ciò provoca la curiosa distorsione che fa sì che tutti i pensatori non specificatamente interni al mestiere scientifico si fanno l’idea che discipline come la logica matematica o la teoria dei giochi (che hanno un peso abbastanza irrilevante sul formarsi delle convinzioni scientifiche) siano molto importanti per occuparsi con cognizione di causa delle scienze e piuttosto che procurarsi una decente infarinatura di analisi dei dati e teoria della misura (le uniche cose veramente importanti per giudicare della congruità delle affermazioni scientifiche) preferiscono elucubrare sull’ambiguo statuto del dualismo onda-particella o sul carattere frattale della natura.

Insomma, dando per assodato che se la “Scienza” afferma qualcosa vuol dire che ha i suoi buoni e solidi motivi, essi cadono nella trappolona brillantemente individuata da Nicolas Gomez-Davila: «La scienza inganna in tre modi: trasformando le sue proposizioni in norme, divulgando i suoi risultati più che i suoi metodi, tacendo le sue limitazioni epistemologiche».

Prima di proseguire voglio però sia chiaro a tutti che, anche se la scruto quando più è indifesa, mentre si trucca e si imbelletta, ma anche quando piange o ride di cuore o ha il mal di pancia, io amo la scienza e assolutamente non credo che suo scopo precipuo sia l’inganno; tutt’altro: è proprio perché ho un grande amore per la scienza che mi sento in dovere di difendere il suo onore da chi usurpa il suo nome per propinarci mal cucinate ideologiche pietanze.



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