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HIV/ Test sierologici : quanto tempo ci vuole per sapere se si è stati infettati

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Il virus dell'Hiv in azione su una cellula  Il virus dell'Hiv in azione su una cellula

Quanto tempo per sapere se ci si è infettati o no, una domanda che si fanno tutti coloro che temono di avere il virus dell'Hiv, altrimenti detto dell'Aids. Circolano infatti diverse ipotesi sul tempo necessario per avere una risposta perisca: negativo o positivo? Un anno, sei mesi, tre mesi: difficile orientarsi per chi si è sottoposto a tali test. Secondo quanto riporta il dottor Massimo Galli responsabile III Divisione Malattie Infettive Ospedale Sacco di Milano, tre mesi sono il periodo sufficiente. Per sapere se una eventuale esposizione probabile o presunta al virus abbia causato la malattia. Il dottor Galli lo dice rispondendo a un lettore del Corriere della Sera, specificando che tale periodo di tre mesi è quanto necessario se si effettuano test sierologici di quarta generazione. Questo perché tali test sono in grado di permettere l'identificazione degli anticorpi ma anche dell'antigene p24. L'antigene p24 infatti compare nel sangue alla seconda settimana dalla possibile infezione e fino alla quarta, quindi scompare e può tornare dopo mesi o anni, specifica lo specialista. Diverso il caso degli anticorpi, dice il dottor Galli: compaiono a partire dalla quarta settimana e rimangono per sempre. Ciò che ha permesso una migliore identificazione della possibilità di essere stati infettati, è il miglioramento dei test: " I test di prima generazione venivano ripetuti anche al sesto e al dodicesimo mese" spiega. Il dotto Galli spiega poi che i test cosiddetti rapidi su sangue e saliva, se da un lato permettono un largo accesso al test, sono ormai per definizione tesi di terza generazione i quanto non sono in grado di misurare l'antigene ma solo gli anticorpi. Non possono dare cioè una risposta affidabile  e definitiva a chi teme di aver preso il virus dell'Hiv. Quindi l'utilizzo del test molecolare, tecnica usata preferibilmente in caso di trasfusioni e trapianti, tecnica che permette di garantire massima sicurezza, che non si stia usando il sangue di un donatore infetto cioè. Secondo indagini specialistiche nel nostro Paese, su otto milioni di unità di sangue donato sarebbero solo 14 (meno di due per milione) quelle che sono risultate positive "ai test molecolari e negative a quelli sierologici di quarta generazione".



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