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INNOVAZIONE/ In passerella sfilano i colori delle biotecnologie

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Le difficoltà incontrate dall’industria tradizionale europea dei coloranti vanno dalla mancanza di innovazione e dalla debole competitività sui mercati, alla tossicità e ai rischi ambientali e sanitari. L’industria dei coloranti si basa sulla chimica e su processi progettati più di un secolo fa, alcuni dei quali sono grandi consumatori di energia e potenzialmente pericolosi per gli operatori.

Per evitare reazioni esplosive durante la miscelazione delle sostanze, il processo deve essere raffreddato fino a temperature prossime allo zero e ciò consuma molta energia. Inoltre, alcuni coloranti possono essere tossici e c’è il rischio che possano attraversare la pelle attraverso la sudorazione. C’è da aggiungere che un buon 10-15% di tutti i coloranti utilizzati nell’industria sono rilasciati nell’ambiente durante la produzione o l’utilizzo, il che non è privo di rischi per gli organismi viventi.

Alla luce di queste considerazioni, l’Unione europea ha messo al bando molti di questi coloranti tossici, ma non sono ancora state trovate reali alternative per molti di loro. Per risolvere il problema, gli scienziati partecipanti al progetto Sophied, guidato dall’Università Cattolica di Lovanio (Belgio), hanno estratto speciali enzimi da particolari funghi. Anche se i campioni scelti non sembrano molto colorati, possono produrre gli enzimi necessari per creare degli eco-coloranti; tali sostanze potrebbero essere utilizzate per sintetizzare coloranti per tessuti e pelli.

Il progetto Sophied è un’iniziativa di ricerca e innovazione comunitaria che coinvolge sette università, tra cui Siena e Napoli “Federico II”, tre centri di ricerca e sedici Pmi di tutta Europa con l’obiettivo di sviluppare nuovi approcci allo sviluppo dei coloranti basati su processi biotecnologici.

«Sapevamo già che c’era un intero spettro di colori nei funghi e che gli enzimi potevano formare nuovi colori durante la bioremediation (o biorisanamento), cioè quel processo attraverso il quale vengono rimosse le specie contaminanti da una matrice inquinata», spiega Estelle Enaud dell’Istituto di Microbiologia Applicata “Terra e Vita” dell’Università Cattolica di Lovanio. «Quello che non sapevamo era se fosse possibile fare coloranti tessili, perché questi hanno proprietà speciali e funzioni chimiche che non è possibile trovare in natura. La sfida era se fosse possibile utilizzare l’enzima su una sostanza che non è naturale; e abbiamo scoperto che era possibile».



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