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BIOLOGIA/ Contrordine: il codice genetico non ha in pugno il nostro destino

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Il lavoro dei ricercatori dei due gruppi è consistito nel mappare l’epigenoma, cioè localizzare la posizione di tutte le metilcitosine (3 milioni sulle circa 14 milioni di citosine totali) nell’intera sequenza del genoma di Arabidopsis thaliana, la piantina modello per eccellenza di tutta la biologia vegetale. L’analisi è stata compiuta su una pianta progenitrice completamente omozigote e su piante discendenti da essa per 30 generazioni successive di autofecondazione.

Ci si attende in questo caso che le sequenze del DNA (sia genomiche che epigenomiche) siano essenzialmente identiche tra l’antenato comune e i discendenti, fatte salve le mutazione spontanee (intorno a 7 x 10-9 sostituzioni di basi per sito per generazione negli esperimenti del gruppo Salk): invece la localizzazione e la frequenza delle metilcitosine nelle piante discendenti è significativamente diversa, al punto che è possibile stimare una frequenza di “epimutazioni” (per citosina per generazione) quasi centomila volte più elevata di quella delle mutazioni classiche. Inoltre le nuove “epimutazioni” non sono silenti ma hanno conseguenze sull’espressione dei geni e quindi ultimamente sulle proteine da essi codificate.

Questo risultato è denso di conseguenze: prima di tutto suggerisce che il codice epigenetico è molto più fluido del codice genetico e questa fluidità ha conseguenze sui tratti biologici dell’individuo. Non sappiamo poi quanto queste “epimutazioni” siano casuali o indotte specificamente in modo adattativo  dalle diverse condizioni ambientali (certo è che l’adattamento, come il differenziamento cellulare, ha una sostanziale base epigenetica). È come se sul testo di un romanzo, si potesse leggere, prendendo una lettera ogni tre, un nuovo romanzo, romanzo  però che cambia  ad ogni generazione di lettori o ogni qualvolta il libro viene letto dallo stesso lettore in un diverso ambiente.



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