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BIOLOGIA/ Contrordine: il codice genetico non ha in pugno il nostro destino

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Non c’è ragione di pensare che quanto scoperto in Arabidopsis sia diverso negli animali e  nell’uomo in quanto anch’essi possiedono un codice epigenetico ed è proprio  su questa base che Ecker, il leader del gruppo Salk, dice che “the genes are not our destiny”. Viene in mente a questo proposito  Mark Baldwin, uno psicologo americano che nel lontano 1896 pubblicò un lavoro dal titolo “A new factor in evolution”. Il nuovo fattore, passato alla storia con il nome di “effetto Baldwin”, prendeva in considerazione la capacità degli organismi viventi di adattarsi, durante la loro vita, a nuove condizioni ambientali. Questa capacità, sosteneva Baldwin, permette agli organismi di sopravvivere e riprodursi nel nuovo ambiente, generando figli capaci anch’essi di adattarsi e di sopravvivere nelle nuove condizioni fino a che, col passare delle generazioni, si selezionano quei varianti (mutanti) che rendono stabilmente incorporati nel codice genetico quei caratteri inizialmente emersi a seguito dell’adattamento.

Non è proprio nella fluidità del codice epigenetico che questo concetto, sintetizzato nel 2003 da Mary Jane West Eberhard con l’aforisma “phenotype first, genotype follows” (prima viene il fenotipo, il genotipo segue), può trovare la sua base molecolare?



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