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BIOMASSE/ L'esperto: vi spiego come è possibile svincolarci dal petrolio

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«Un terreno agricolo utilizzato per le biomasse non lo è più per altri scopi. Se usiamo, per esempio, mais per produrre biocombustibili, non possiamo usarlo per fini alimentari». Proviamo a fare due conti. «La direttiva Ue 20-20-20 prevede che, entro il 2020 dovremo addizionare alla benzina almeno un 20 per cento di bio-etanolo. Per l’Italia significa produrne due milioni di tonnellate all’anno. Questo implica l’aver a disposizione 8 milioni di tonnellate di biomassa, dato che il rapporto è di 4 a 1». Bisogna capire di quanto terreno, quindi, avremmo bisogno.  «Se, ad esempio, utilizziamo la canna - se ne producono 40 tonnellate ad ettaro - occorrono 400mila ettari. Gli ettari disponibili, in Italia, per l’agricoltura, sono 13 milioni. Dovremmo utilizzarne un 3-4%. Di per sé non è una percentuale alta. Non sottrarremmo grandi porzioni alle colture».

Gli ostacoli sono fondamentalmente di natura logistica. «Il problema è che non possiamo concentrare tutta la produzione nella stessa zona, perché l’impatto ambientale sarebbe elevatissimo. Dovremmo avere a disposizione piccole aree dislocate sulla Penisola». Una volta a disposizione, «è necessario che tutta la filiera venga predisposta ed entri a regime. Si tratta di creare colture per la produzione di biomassa e impianti per la trasformazione».  In Italia, da questo punto di vista, non siamo messi malissimo. «Siamo, all’incirca, al punto degli altri Paesi europei. Sembra che i governi e le imprese stiano pian piano entrando nell’ottica di produrre energia in questo modo». Qualche dubbio rimane sull’abbattimento dei prezzi per i consumatori: «Il costo del bio-etanolo è competitivo con quello della benzina, certo. Tasse escluse…»



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