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SPAZIO/ La formazione dei pianeti "in diretta" sotto lo sguardo di Hubble

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Quindi quello che si vede sulle immagini è uno sfondo molto brillante con una macchia nera allungata, una sorta di “striscia”. Quello è il nostro disco.

Perché una striscia e perché nera? Perché questo disco lo si vede di taglio e quindi non è possibile identificare una sagoma circolare. Appare inoltre nero perché la presenza della polvere al suo interno, anche se in una percentuale di massa molto bassa rispetto al gas, lo rendo opaco (utilizzo l’aggettivo “opaco” come contrario di “trasparente”) alla radiazione proveniente dallo sfondo. Possiamo fare il paragone con una finestra dalla quale entra la luce del Sole: se vi dipingiamo sopra tanti puntini, la luce che inizialmente la attraversava verrà attenuata.

Ma qui viene il bello! Non solo il disco risulta opaco alla radiazione, ma i suoi bordi risultano essere più o meno opachi, se osservati in immagini realizzate con filtri diversi che lasciano passare solo una lunghezza d’onda alla volta. Ciò vuol dire che la polvere è più o meno opaca a seconda della lunghezza d’onda della luce incidente su di essa. Questo dipende essenzialmente da tre caratteristiche dei grani di polvere: la loro forma, la loro composizione chimica e la loro dimensione. Tutto ciò è molto interessante dal punto di vista scientifico perché, studiando essenzialmente quanta luce riesce a passare attraverso i bordi del disco alle varie lunghezze d’onda, si possono ricavare informazioni sulla struttura della polvere. In particolare, per quanto riguarda la forma e la composizione dei grani, solitamente ci si affida ai risultati ottenuti da modelli teorici molto avanzati. Ciò che si può ottenere dai dati è quindi la dimensione delle particelle di polvere nel disco. Polvere che si trova a miliardi di chilometri da noi!

Noi quindi avevamo tutto: sei immagini, prese a sei diverse lunghezze d’onda e, per di più, con il migliore telescopio attualmente in orbita. Tuttavia, ciò che ha reso fruttuosa la nostra analisi è stata l’idea di far dialogare due ambiti che solitamente hanno pochi punti di intersezione: l’astrofisica e l’ottica fisica.



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