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DIO & LA SCIENZA/ Quelle lettere dove Einstein non gioca ai dadi

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Una lettera scritta da Albert Einstein (Foto: Infophoto)  Una lettera scritta da Albert Einstein (Foto: Infophoto)

Come pure è espressione della visione del mondo di Einstein, un’altra lettera, quella all’amico Solovine scritta due anni prima di quella oggi all’asta: «E veniamo al punto interessante. Lei trova strano che io consideri la comprensibilità della natura (per quanto siamo autorizzati a parlare di comprensibilità), come un miracolo o un eterno mistero... Anche se gli assiomi della teoria sono imposti dall'uomo, il successo di una tale costruzione presuppone un alto grado d’ordine del mondo oggettivo, e cioè un qualcosa che, a priori, non si è per nulla autorizzati ad attendersi. È questo il “miracolo” che vieppiù si rafforza con lo sviluppo delle nostre conoscenze. È qui che si trova il punto debole dei positivisti e degli atei di professione, felici solo perché hanno la coscienza di avere, con pieno successo, spogliato il mondo non solo degli dèi, ma anche dei miracoli». E quasi a giustificarsi per essere stato troppo “religioso”, Einstein conclude così la lettera: «Il fatto curioso è che noi dobbiamo accontentarci di riconoscere "il miracolo" senza che ci sia una via legittima per andare oltre. Dico questo perché Lei non creda che io – fiaccato dall'età – sia ormai facile preda dei preti». 
Non è difficile documentare come il riferimento alla dimensione religiosa sia un filo rosso che percorre tutta l’esperienza conoscitiva einsteiniana. E c’è di più. Sempre Torrance ricorda un commento del grande storico della fisica Max Jammer, già collega di Einstein a Princeton, secondo il quale «la conoscenza della fisica di Einstein e la comprensione della sua religione profondamente collegati; per Einstein la natura sembra infatti mostrare le tracce di Dio, come una sorta di "teologia naturale". Egli parlerà di Dio così spesso, nelle sue opere, che Friederich Dürrenmatt poté dire una volta che vedeva Einstein quasi come un "teologo camuffato"». 
Possiamo quindi ritenere, lettera più lettera meno, che i continui riferimenti a Dio – che è “sottile ma non maligno”, che “non gioca ai dadi”, e così via - non si possano liquidare come dei modi di dire: «Per Einstein, Dio ha un significato profondo, anche se difficile da afferrare, e non costituiva un tema senza importanza, né per la sua vita, né per la sua attività di scienziato. Si trattava di qualcosa profondamente radicato nella sua vita e nel suo pensiero».



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