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PREMIO NOBEL MEDICINA/ La strada di Yamanaka, dove le cellule ritornano “bambine”

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Un esperimento di laboratorio (Foto: Infophoto)  Un esperimento di laboratorio (Foto: Infophoto)

Embrioni si, ma di topo: l’esperimento con cui Yamanaka ha dimostrato l’esistenza delle iPS e le loro caratteristiche è stato condotto interamente sui topi. Così come John Gurdon ha clonato rane. La sperimentazione animale, che sempre deve precedere quella umana, ha dato risultati straordinari: non c’era bisogno di distruggere embrioni umani in quantità che non conosceremo mai, ma sicuramente in dimensioni massicce, per arrivare a questi risultati. 
Però dalla ricerca sugli embrioni umani sono arrivate anche informazioni importanti… 
Anche gli esperimenti disumani nel lager nazisti davano risultati interessanti. Se si potessero fare esperimenti senza vincoli di sorta sugli esseri umani, ne ricaveremmo sicuramente informazioni importanti. Anni fa, sul Journal of Medical Ethics, per esempio, si ipotizzò la possibilità di utilizzare persone in stato vegetativo per esperimenti sugli xenotrapianti (trapianti di organi da animali a umani), basandosi sull’idea che quelle persone erano vive abbastanza da reagire clinicamente agli interventi, ma potevano essere oggetto di ricerche di quel tipo perché tanto non si sarebbero più svegliate. Se seguissimo le indicazioni di questo articolo, scopriremmo sicuramente cose molto interessanti e utili, ma è evidente l’orrore della cosa in sé. La regolamentazione delle sperimentazioni umane, così come l’esistenza stessa del consenso informato, nascono proprio come reazione all’orrore degli esperimenti dei campi nazisti, a prescindere dai risultati che ne sono venuti. Le persone non possono mai essere usate come mezzo, come cosa, in nessun momento della propria vita, neppure quando degli esseri umani non hanno ancora le fattezze, come accade per le persone non nate, allo stadio embrionale, e in nome di nessun progresso, scientifico o sociale, o chissà cos’altro. 
E adesso cosa potrebbe succedere? 
Molto è già successo in questi cinque anni: dall’annuncio di Yamanaka la ricerca scientifica nei laboratori di tutto il mondo ha cambiato direzione, abbandonando le tecniche di “clonazione terapeutica”. Adesso questa strada sarà seguita con ancora maggiore decisione e consapevolezza da parte della comunità scientifica. 
Eppure in questi anni non sono mai mancate le polemiche sulla distruzione di embrioni umani per la ricerca.
Perché?
Perché se nella clonazione terapeutica sono stati investiti, da parte di nazione ma anche di privati, fiumi di soldi, è difficile poi dire: scusate, abbiamo sbagliato, la strada giusta era un’altra, dobbiamo ricominciare. Ma soprattutto perché l’ideologia è dura a morire: la ricerca che distrugge gli embrioni non è “solo” una tecnica più o meno sofisticata di manipolazione cellulare. È l’affermazione del fatto che se qualcosa è tecnicamente possibile, deve essere anche lecita. Ed è l’espressione massima della possibilità di dominare la vita umana, fino a poterla creare, quel “playing God”, giocare ad essere Dio, che purtroppo avvelena un certo tipo di ricerca sedicente scientifica, ma che di scienza ha ben poco. Speriamo che questo Nobel serva a far riflettere.



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