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RISCHIO IDROGEOLOGICO/ Prevenzione e sicurezza: chi troverà i 40 miliardi necessari?

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(Foto: Infophoto)  (Foto: Infophoto)

«La dinamica degli eventi disastrosi che continuano a colpire il nostro Paese - continua il documento - rivela che, a limitare l’efficacia complessiva del sistema, accanto alla necessità di migliorare ulteriormente le capacità previsionali, è proprio la difficoltà da parte dei decisori a trasformare l’informazione prodotta dai Centri Funzionali in azioni di tutela della sicurezza dei cittadini». Secondo la Segreteria Tecnica per la difesa del suolo del Ministero dell’Ambiente e della Tutela del Territorio e del Mare, i comuni italiani ad alta criticità idrogeologica sono 6.633, corrispondenti all’81,9% del totale, con una superficie pari a 29.517 kmq di aree a rischio. Le aree ad alta criticità idrogeologica, secondo i dati raccolti dai Piani straordinari approvati o dai Piani stralcio predisposti per l’assetto idrogeologico, adottati o approvati dalle Autorità di bacino, Regioni e Provincie autonome, corrispondono ad una superficie esposta pari al 9,8% del territorio nazionale. 
Per poter affrontare problemi così complessi, occorre mettere in campo una quantità di risorse che l’Italia, in questo momento, sembra non avere a disposizione. Per questo appare non solo ragionevole, ma decisamente opportuna la lettera del 19 novembre 2012 del Ministro Clini al commissario europeo all'Ambiente, Janez Potocnik, e alla commissaria per l'Azione per il Clima, Connie Hedegaard, nella quale, tra l’altro, si afferma: «Abbiamo stimato che per gli interventi di prevenzione e messa in sicurezza del territorio nazionale, oltreché di ripristino, sarebbero necessari investimenti per almeno 40 miliardi di euro» (nell’arco dei prossimi 15 anni). Se l’Unione Europea iniziasse a rendere disponibili progressivamente tali risorse, è facile immaginare la quantità di nuovi posti di lavoro che potrebbero rendersi disponibili… e quindi vedremo quali saranno le risposte. 
Di fronte a questo stato di cose del nostro bel Paese, mi sembrano particolarmente centrate le parole del Ministro Clini, che politico non è, mentre è un ottimo tecnico a livello internazionale, in occasione dell’inaugurazione dell’Anno Accademico dell’Università di Parma, il 19 novembre scorso, rivolgendosi ai giovani universitari. «La vostra protesta, quando non sfocia nella violenza, è una risorsa per il futuro di tutti noi (...) abbiamo bisogno di cultura, di fantasia, di voglia di innovare, di competenze nuove. Non usciremo dalla crisi se non riusciremo ad innovare i modelli culturali, sociali e dello sviluppo industriale del secolo scorso. Siamo stati e siamo impegnati a mettere in sicurezza l’economia dell’Italia, avendo chiaro che l’eredità del “Novecento” non è solo nel debito pubblico, ma, soprattutto, in una organizzazione dello Stato e dell’economia che hanno depresso e ostacolato l’innovazione e la cultura del rischio: un’eredità ben visibile nel gap di innovazione e di visione dell’amministrazione pubblica compresi scuola, università e istituti di ricerca».



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