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RISCHIO IDROGEOLOGICO/ Prevenzione e sicurezza: chi troverà i 40 miliardi necessari?

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(Foto: Infophoto)  (Foto: Infophoto)

Come abbiamo imparato, oramai da tempo, l’Italia è un Paese specializzato nel racconto dei disastri avvenuti, dai sismi alle frane, dalle alluvioni ai dissesti idrogeologici, fino ai tracolli della borsa. Per chi vive nel mondo della ricerca universitaria è noto che la forza mediatica della comunicazione degli eventi quotidiani, si tratta quasi sempre di episodi negativi, prevale ostinatamente sulla diffusione di conoscenze riguardanti lo stato di avanzamento delle ricerche in corso, finalizzate a prevenire o a ridurre gli impatti derivanti dai rischi naturali.
Appare evidente che qualcosa non stia funzionando a livello di interazione tra ricerca scientifica e il succedersi di eventi calamitosi. Esiste una modalità con la quale il mondo politico ha costruito, nel tempo, una netta separazione tra il sapere scientifico, finalizzato all’affronto dei rischi naturali, e la gestione dell’informazione che, per come è deducibile dai telegiornali nazionali, snocciola, attraverso una sapiente regia, i disastri accaduti, ma trascura, volutamente, la comunicazione inerente la produttività scientifica delle Istituzioni che operano per prevenire e combattere il rischio idrogeologico. Così ha buon gioco l’immancabile intervento della Magistratura, che, spesso anche giustamente, attribuisce colpe e responsabilità, in un arco temporale indefinito, a chi di dovere. La politica si propone sempre più come regia, oramai obsoleta, di un Paese dissestato non solo sul piano idrogeologico, ma soprattutto su quello morale, identitario, operativo e lavorativo, sul piano finanziario e su quello culturale: la negatività sembra fare scuola attraverso la censura sistematica di un positivo che, invece, esiste e fa molta fatica ad esporsi o ad affacciarsi in un mondo malato di inutilità.
Intanto, mentre la crisi finanziaria europea avanza, sgominando, in nome dell’euro, civiltà e culture come la Grecia e il Portogallo, si attenuano le risorse per le Università, mentre nei Ministeri e nelle pubbliche Amministrazioni esperti, talora di dubbia credibilità scientifica, erodono sostanze importanti, che l’Università potrebbe, forse, utilizzare in modo più proficuo. Negli ultimi tre anni, ad esempio, tra gli esperti nominati dal Ministero dell’Ambiente e della Tutela del Territorio e del Mare, nonostante la presenza nel dicastero di un organico più che nutrito, ai sensi del DPR 245/ 2001, art.8, comma 1, nessuno di loro afferisce al mondo universitario.
Ma è soprattutto la grave mancanza di cultura, assolutamente priva di cognizioni scientifiche, da parte dei politici di turno a frustrare e vanificare chi è onestamente impegnato nell’affronto delle problematiche in oggetto. Ad ogni guaio ambientale seguono, di regola, le lamentazioni per la devastazione del territorio, il lutto per i morti e la miserevole considerazione che, non essendoci fondi a sufficienza, non si sarebbe potuto evitare quanto è accaduto. I disastri rimangono oggetto di discussione, qualcuno finisce in galera, intanto si piangono i morti.
«I disastrosi eventi climatici degli ultimi giorni, che hanno devastato alcune regioni e causato anche vittime, richiamano l'attenzione sulle cause del dissesto idrogeologico del nostro paese». Così afferma l’Accademico dei Lincei Giovanni Seminara, dell’Università di Genova, in un comunicato diffuso a metà novembre: «l’Italia è stretta in una morsa, da un lato il quadro normativo, tuttora fondato su Regi Decreti di inizio ‘900, confuso, in cui si intrecciano norme europee, nazionali, regionali che faticano ad integrarsi perché prive di un disegno unitario e coerente e dall’altro l’inadeguatezza delle risorse finanziarie che impediscono di realizzare misure strutturali di difesa dal rischio idrogeologico».



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