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AMBIENTE/ Misurano la febbre dei ghiacciai italiani (in vista del nuovo catasto)

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La misurazione della "febbre" del ghiacciaio  La misurazione della "febbre" del ghiacciaio
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Le misure di portata del torrente Dosdè hanno evidenziato che in agosto la fusione glaciale è l’apporto predominante, mentre in giugno e luglio gli apporti maggiori sono conseguenti alla fusione nivale. Su scala annuale, il ruolo giocato dalla fusione nivale è pari se non superiore a quello della fusione glaciale; questa componente è fondamentale per garantire la portata dei nostri torrenti di alta quota e per mitigare le magre estive nei fiumi di pianura.

La presentazione di tali risultati è stata anche occasione per lanciare il nuovo progetto di ricerca per la realizzazione del "Catasto dei ghiacciai italiani", in collaborazione con il Comitato Ev-K2-CNR e con il patrocinio del CGI. Dal 1989 non viene realizzato un elenco completo e omogeneo dei nostri ghiacciai, che sono una risorsa importante dal punto di vista idrologico, climatico e turistico; e in questo periodo  sono avvenute variazioni non da poco nel glacialismo italiano. «Se poi si pensa che proprio il glacialismo è ormai considerato l’indicatore più affidabile delle trasformazioni climatiche in atto, il significato di questo progetto appare subito ben chiaro».

Il nuovo catasto sarà predisposto per rispondere ai requisiti del World Glacier Monitoring Service (WGMS), l’ente internazionale con sede a Zurigo che raccoglie e rende disponibili i dati dei ghiacciai di tutto il mondo. Si prevede la rilevazione, per ogni ghiacciaio, di una serie di dati identificativi – codice CGI, codice WGI, nome, coordinate, gruppo montuoso, bacino idrografico - classificativi - ghiacciaio, glacionevato, ghiacciaio vallivo, ghiacciaio montano - e morfometrici - superficie, esposizione.

Smiraglia ci spiega come si procederà nel lavoro, che dovrebbe concludersi entro il 2014: «Partiremo dalla documentazione che esiste già e poi lavoreremo sulle immagini da satellite e soprattutto sulle ortofoto, che sono fornite prevalentemente dalle Regioni e si prestano a un accurato lavoro di analisi. Durante la prossima estate vedremo se ci sono lacune importanti: in tal caso organizzeremo un volo apposito per completare il quadro».

Il lavoro non è però così semplice e non basta avere le foto: «Intanto devono essere immagini con una buona risoluzione e prive di copertura nivale e nuvolosa. Certo oggi abbiamo tecnologie molto avanzate che ci aiutano, si pensi ai GIS (Sistemi Informativi Geografici); ma alla fine serve sempre la conoscenza diretta». Anche perché c’è il fenomeno in aumento della copertura detritica: «i ghiacciai sono sempre più neri e detriti di ogni tipo coprono molte parti di molti ghiacciai e rendono non sempre facile dire dove inizia e dove finisce il ghiacciaio. Qualcosa si vede anche dalle immagini: la parte coperta è infatti convessa perché i detriti in parte proteggono dallo scioglimento; a volte, se si vede un torrentello che esce dal di sotto dello strato di detriti, si ha un chiaro indizio della presenza di acqua ghiacciata. Poi però ci vuole l’occhio umano e bisogna “metterci sopra i piedi”».

In queste parole del professor Smiraglia cogliamo un cenno a un curioso paradosso: i detriti potrebbero diventare un fattore di omeostasi, quasi che la Terra si protegga, entro certi limiti, dallo scioglimento dei ghiacciai. «Lo stiamo proprio studiando in questo periodo. Ci sono due situazioni: se il detrito è fine e disperso, come potrebbe accadere con la fuliggine e con particelle inquinanti, incrementa la fusione perché il pulviscolo assorbe il calore e lo ritrasmette al ghiaccio; se invece si tratta di detriti dovuti a frane, con spessori di decine di centimetri, allora il ghiaccio sottostante è quasi completamente protetto. Anche di questo fattore bisogna quindi tener conto quando si fanno i modelli e le previsioni per il futuro». Insomma, il riscaldamento globale è un problema, ma non c’è solo quello.

 

(Mario Gargantini)



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