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AMBIENTE/ Quei paradisi perduti nei Parchi d’Italia

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Non tutti, però, vivono il rapporto con la natura secondo i parametri sopra riferiti. La maggior parte della popolazione si trasforma rapidamente in consumatrice dell’ambiente naturale, essendo priva di conoscenze elementari scientifiche, spesso, deturpandolo con i rifiuti o provocando incendi. Il consumismo ambientalista del fine settimana o delle vacanze non è altro che la riappropriazione e/o riproposizione dello stesso stile di vita urbano in una realtà differente sotto il profilo dei fattori ambientali e paesistici.

 

Persino un Parco Nazionale, nonostante le normative che lo proteggono integralmente, può essere oggetto di consumo, se, chi lo frequenta è privo di qualunque rudimento di botanica o di zoologia o di geomorfologia, ma anche, e non da ultimo, di sensibilità alla bellezza. Tuttavia, l’aspetto più preoccupante del consumismo ambientale è dato dalla sottrazione progressiva di suolo alla natura. In Italia, ad esempio, dagli anni ’70 ad oggi, la superficie agricola, che comprende seminativi, orti, arboreti, colture permanenti, prati e pascoli, è diminuita del 28%, passando da 18 milioni di ettari a meno di 13, risultando così con un deficit consistente di terreno agricolo per soddisfare le esigenze alimentari della popolazione che vi risiede e costringendo il Paese all’importazione. (MiPAF, 2010).

 

L’alternativa al consumismo è l’amore per la conoscenza della realtà, è la passione per la vita, sotto qualunque forma si possa presentare, è il gusto per la bellezza da scoprire nell’ambiente che si esplora. In Europa, il primo Parco nazionale nasce in Svezia nel 1909, denominato Abisco, Sorek, Stora Sjofallet, mentre in Italia nel 1922 sorgono i primi due Parchi nazionali: il Gran Paradiso e il Parco Nazionale d’Abruzzo. L’idea che li genera consiste, inizialmente, nel preservare dall’aggressione del cemento o dell’asfalto ambienti spettacolari sotto il profilo della bellezza paesistica, coniugata con la salvaguardia delle specie animali e vegetali presenti nell’area.

 

Dopo la fine della II guerra mondiale, il principio della salvaguardia e della protezione ambientale diventa sempre più saldo e corredato da informazioni scientifiche, che vengono proposte in ambito internazionale, come suggerimento legislativo da assumere nei singoli Stati. Soltanto negli ultimi decenni del secolo scorso, tuttavia, si configura una serie di iniziative internazionali, nel tentativo di porre rimedi all’avidità di utilizzo del territorio e di proporre linee di sviluppo alternative al modello consumistico, alla base della nostra economia liberista e amplificato dai sistemi di comunicazione mediatica. Il 22 maggio del 1992 nasce la convenzione Onu per la protezione della diversità biologica, che viene adottata a Nairobi, in Kenya e che, ad oggi, è stata ratificata da 193 paesi, i cui obiettivi si applicano a tutti gli organismi viventi sulla Terra, alle specie selvatiche ed a quelle selezionate dall’uomo.



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