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LETTURE/ Dal chiostro al laboratorio, per alzare il sipario sulle scienze della vita

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I ritratti di Lazzaro Spallanzani, a sinistra, e Gregor Mendel  I ritratti di Lazzaro Spallanzani, a sinistra, e Gregor Mendel

Quanto a Mendel, molto si è scritto sui suoi esperimenti ma poco si è indagato sul retroterra culturale che ha permesso il fiorire di una simile genialità in un oscuro monastero lontano dai grandi centri dove si rappresentava la scena culturale europea. Qui il volume ha il pregio di ricondurre l’esperienza del monaco biologo nel solco della grande tradizione monacale di rispetto, cura e passione per la terra e per la natura in genere; sintetizzata in un aforisma di San Bernardo di Chiaravalle che aveva predicato: «troverai più nei boschi che nei libri, alberi e rocce ti insegneranno quello che nessun maestro ti dirà».

Altro elemento comune ai due scienziati è l’attitudine sperimentale, fatta per entrambi di osservazione paziente e meticolosa, di prudente riflessione prima di comunicare i risultati.

Infine, sia Spallanzani che Mendel hanno in comune il fatto di essere stati degli ecclesiastici; ed è difficile resistere alla tentazione di pensare che sia questo il fattore che può aver prodotto quella sorta di damnatio memoriae di cui parlano Agnoli e Pennetta nel caso di Spallanzani, e quel vero e proprio oblio che ha coperto le scoperte di Mendel per oltre trent’anni fino alla loro riscoperta nel 1900 da parte di Hugo de Vries, Carl Correns ed Erich von Tschermak.

Va rilevato tuttavia che per entrambi l’appartenenza religiosa aveva agito come movente positivo delle ricerche scientifiche e non come preclusione o condizionamento ideologico. Tanto da far arrivare a Spallanzani riconoscimenti scientifici dalle fonti più insospettabili, come quella di Voltaire che lo stimava e lo definiva apertamente “primo naturalista d’Europa”.

Una differenza tra i due scienziati è nella notorietà: lo scienziato emiliano è noto al più perché compare nella toponomastica di alcune città mentre non vi è chi non conosca, almeno di nome, le leggi dell’ereditarietà dell’abate moravo. Anche in questo secondo caso, poco si sa della vita e della personalità dell’autore delle celebri leggi; e a consolidarne la fama non è bastato neppure un film (The Gardener of God, 2009) con una star del grande schermo come Christopher Lambert.

Chissà che un semplice saggio di 100 pagine, con un limitato ma significativo numero di immagini e con alcune preziose pagine di inquadramento storico del clima culturale in cui hanno vissuto i due protagonisti, non ottenga quello che non ha ottenuto il potere del grande schermo.



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