BENVENUTO   |   Login   |   Registrati   |
Imposta Come Homepage   |   Ricerca Avanzata  CERCA  

AMBIENTE/ L’Italia perde terreno, ma l’allarmismo non l’aiuta

Pubblicazione:

La costruzione di un ponte (Foto Imagoeconomica)  La costruzione di un ponte (Foto Imagoeconomica)

Solo che, dopo quarant’anni di denunce e di allarmismi, dai “The Limits to Growth” di Donella Meadows (1972), fino a “Prosperity without Growth: Economics for a Finite Planet” di Tim Jakson (2009), sembra che i paesi più sviluppati del Pianeta siano fossilizzati su un’idea dominante: bisogna ridurre la dinamica della popolazione e delle relative abitazioni e infrastrutture a causa di un’indiscussa e cronica carenza di risorse per tutta la popolazione mondiale. Onestamente, questi pressanti giudizi sugli eccessi di crescita della popolazione, di infrastrutture, di edilizia, di consumi di risorse, rinnovabili e non, non mi convincono culturalmente, non perché il problema non sussista, ma perché le valutazioni sulla crescita sono poste in termini ideologici, al di fuori di qualunque dimensione etica: di fatto le risorse non bastano per tutti perché noi, popoli agiati, non le distribuiamo. Il divario è paurosamente nascosto all’interno di giochi di potere, indegni di esseri umani come ci vantiamo di essere.

In pratica, noi, popoli europei, siamo dei neomaltusiani che, ben consapevoli della differente velocità di crescita delle risorse rinnovabili rispetto alla dinamica esponenziale della popolazione sottosviluppata del Pianeta, riteniamo che i poveri debbano “andare alla malora”, perché incapaci di autosostenersi, mentre ai ricchi spetta l’onere di incrementare continuamente le proprie fortune. In altri termini, abbiamo una visione del mondo antropocentrica valida solo per le classi più agiate. È per questi motivi che mi dissocio ampiamente da quelle mode scandalistiche, generate da coloro che osservano, talora anche acutamente, i problemi ambientali del Pianeta e li denunciano con drammatica veemenza: ne scaturisce una carica accusatoria che li fa sembrare estranei a quanto vanno denunciando o addirittura immuni dal consumare le risorse della Terra e, quindi, innocenti spettatori dei disastri ambientali.

Mi dissocio perché ritengo che la visione antropocentrica del mondo abbia fatto il suo tempo, sia ampiamente obsoleta e, al fondo, inutile per migliorare la qualità della vita della nostra Terra. Credo che, in una concezione olistica, debba essere posto al centro del mondo più propriamente il significato del mondo stesso, non le singole entità che lo costituiscono, ma il loro ruolo, le loro funzioni, la curiosità di comprenderne le relazioni, che nessuno possiede pienamente come consapevolezza esaustiva. Ciò comporta un percorso di ricerca, di analisi, di errori, di abbagli, di incomprensioni, di violenze, ma anche di bellezza, di stupore, di desiderio, di incontri.



< PAG. PREC.   PAG. SUCC. >