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MEDICINA/ Quelle ricerche in alta quota ci insegneranno a … respirare

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Il Karakorum  Il Karakorum

Respirare sembra la cosa più facile e naturale per tutti; ma anche per questo c’è bisogno di imparare. Ne sono convinti i responsabili del Comitato Ev-K2-CNR e i ricercatori coinvolti nel programma “Breathing Himalaya: impariamo a respirare” che parte in questi giorni da Milano. In effetti l’andare in montagna mette alla prova in modo speciale la nostra capacità respiratoria e ciò offre anche l’opportunità di indagare a livello medico/scientifico su tanti aspetti delle patologie respiratorie e sulle loro cause. È ciò che hanno fatto i ricercatori del progetto SHARE che si sono posti l’obiettivo di studiare la Bronco Pneumopatia Cronica Ostruttiva (BPCO) e di mettere a disposizione di chi si occupa di malattie cardiovascolari tutta una serie di dati e di indizi raccolti “sul campo”.

Il progetto SHARE (Stations at High Altitude for Research in the Environment) è nato per promuovere lo studio degli impatti dei cambiamenti climatici attraverso osservazioni scientifiche in regioni di alta montagna; è stato lanciato dall’associazione “Comitato Ev-K2-CNR”, un ente privato autonomo che, in collaborazione con il CNR, realizza progetti di ricerca scientifica e tecnologica in alta quota. In particolare, sono state installate delle stazioni di rilevamento climatico/ambientale per il monitoraggio continuo della composizione atmosferica. Le indagini si concentrano soprattutto nelle aree montuose dell’Hindu Kush, Karakorum, Himalaya, in Pakistan, Tibet, India e Bhutan. In Nepal, il Comitato Ev-K2-CNR ha creato e gestisce il Laboratorio-Osservatorio Piramide, a 5.050 metri di quota sul versante nepalese dell’Everest; l’osservatorio è divenuto negli anni punto di riferimento della ricerca internazionale sulla fisiologia d’alta quota.

Col tempo, le ricerche si sono rivolte non solo agli adattamenti dell’organismo sano (nativo o non nativo) all’alta quota, ma anche alle esigenze di salute della popolazione residente. Le popolazioni che vivono nella valle del Khumbu, come spesso accade nei Paesi in via di sviluppo, sono esposte a un’elevata concentrazione di inquinamento indoor, interno cioè alle mura di casa. Gli abitanti della valle usano infatti biomasse (legna, sterco, residui del raccolto) che bruciano in bracieri aperti, spesso in assenza di camini, per il riscaldamento e la cucina. Le ore di esposizione alla fonte di inquinamento variano tra le 3 e le 24 ore a seconda della stagione e della quota. Si tratta di un singolare campione di popolazione: con un’abitudine al fumo di sigaretta molto bassa, che vive in un ambiente senza traffico né insediamenti industriali, ma che è esposta a un’elevata concentrazione di inquinamento indoor. E questo causa numerose patologie, soprattutto respiratorie e cardiovascolari.

Ecco allora l’idea di far tesoro dei numerosi dati raccolti per studiare la BPCO e cercare di individuarne i più importanti fattori di rischio e le strategie di prevenzione e cura. La BPCO è una malattia molto diffusa che può portare problemi respiratori anche molto gravi. È caratterizzata dalla presenza di tosse e catarro e da una progressiva e irreversibile riduzione del calibro delle vie aeree; questi fenomeni sono provocati da un’infiammazione causata dall’inalazione di fumo di sigaretta o di altri elementi inquinanti. È una malattia frequente e in continua crescita: se ne prevede un aumento nei prossimi 20 anni; interessa entrambi i sessi, anche se è in aumento soprattutto nelle donne. Il 4-6% degli adulti europei ne soffre; la malattia rappresenta la quinta causa di morte nel mondo.



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