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AMBIENTE/ "L’ecologia dell’uomo" di Benedetto XVI supera il dualismo natura-cultura

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È un problema con una storia antichissima. È evidente che il metodo di lavoro della scienza è riduzionistico, cioè si cerca di scomporre il reale nelle sue componenti. Questo è un riduzionismo metodologico. Bisogna vedere quanto questo riduzionismo metodologico diventa anche un riduzionismo programmatico, nel senso che nega l’esistente nella sua interezza. Questo sarebbe dannoso, poiché il reale è un tutt’uno. È l’organismo l’intero, non i suoi geni o l’ambiente, la natura o la cultura, il naturale o l’artificiale. Metodologicamente l’approccio scientifico è riduzionista. L’impostazione metodologica però non dice nulla sul fatto che il reale esista come intero. È un modo di affrontare il problema.

 

Come si evita dunque questo riduzionismo programmatico?

 

Le due posizioni alternative che oggi si scontrano, di fatto, sono il materialismo e l’idealismo. Queste sono le posizioni oggi esistenti. L’idealismo, sostanzialmente, del dualismo tra anima e corpo, sottolinea come le due cose siano del tutto separate. Il materialismo, invece, afferma che tutto è materiale, e siccome tutto è materiale io posso analizzarne i contenuti  uno per uno, scomponendoli. Il problema è che scomponendo, alla fine, non esiste più il reale, come unità. È una posizione monistica da una parte e dall’altra. Per cui da una parte si dice che tutta la caratteristica dell’umano è l’anima e che quindi il corpo fa parte della res extensa. Dall’altra parte si sostiene che non ci sia nulla oltre la res extensa e che quindi io la possa studiare nelle sue componenti. Il problema è che fin quando rimane un programma metodologico, di studio, va bene, ma se diventa invece una concezione di tipo ontologico, cioè di come considero l’essere, il reale, allora ci si sposta su un altro aspetto. Bisogna vedere quanto il metodo scientifico vuole diventare una posizione di questo tipo, filosofica. Fin quando rimane un approccio metodologico è fruttuoso, come ampiamente si è dimostrato.

 

L'urgenza applicativa, la pressione dei mercati, porta frequentemente a intervenire sulla natura quando ancora le conoscenze specifiche sono limitate (es. energia, biomedicina ...); d'altra parte non si può rinviare l'intervento all'infinito, in attesa di conoscenze complete. Cosa significa allora l'invito di Benedetto XVI a "rispettare la natura"?

 

Questo è un punto interessante, perché è evidente che un’ecologia è sempre una politica. La domanda indica quali devono essere i criteri dell’agire. Perché l’urgenza applicativa, la pressione dei mercati, sottolineano una preoccupazione dell’agire. Bisogna intendersi su un punto. Noi non potremo mai conoscere, mai considerarci padroni fino in fondo dei nostri oggetti, del nostro reale, perché non ne possiamo conoscere fino in fondo tutti gli elementi in gioco. Questo è un elemento intrinseco della nostra situazione. Noi possiamo considerarci padroni di una cosa quando ne conosciamo tutti i fattori in gioco. Ma quando potremo fare ciò? Mai. Sarà sempre una tendenza. Se noi siamo consapevoli di ciò, ne derivano due aspetti fondamentali. Un primo aspetto è la prudenza. Se io devo andare a Napoli con la macchina, che non è nuovissima, prima di partire controllo le gomme, l’olio, i freni. Cioè, sono consapevole delle intrinseche limitazioni di questo strumento; in questo esempio, della mia capacità di conoscere il reale. Allora, non è che non parto per Napoli; parto, ma con tutte le precauzioni possibili. Lo stesso nei confronti dell’energia, delle applicazioni biomediche...  So che non sono perfette, ma non è che per questo non le uso. Ne sono consapevole, e dunque sono continuamente attento non solo alle conseguenze positive che mi aspetto del mio agire ma anche agli aspetti negativi che possono saltare fuori. Tenendo conto che la parola prudenza ha anche in sé la parola previsione: il cercare di prevedere quali potrebbero essere le conseguenze non solo positive, ma anche negative.

 

E il secondo aspetto?

 



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COMMENTI
11/04/2012 - paradosso culturale (Antonio Servadio)

Non è Benedetto XVI ad aver formulato per primo questi pensieri - sono già stati avanzati e commentati in precedenza da altre persone, epistemologi e scienziati. Lui le rileva, le difende e forse le sviluppa. Invero è fuor di dubbio che la "cultura dominante" abbia preso la strada più facile, che come sempre in questa parte di mondo è quella delle contrapposizioni, dove l'uomo è un rozzo arrogante padrone di tutto o -al contrario- scompare diluito nel tuto come una qualsiasi anonima particella sperduta dell'universo. C'è dunque qui un paradosso, che oggi sia proprio il Papa a difendere la serietà del pensiero scientifico dalle volgarizzazioni della cultura dominante. Ecco dunque un religioso per eccellenza che si occupa in modo intelligente, non affrettato, di epistemologia. E' poi controproducente presentare quelle riflessioni come proprietà intellettuale del Papa, perchè in tal modo si vanno a sollecitare gli anticorpi di un'ampia serie di soggetti che appena sentono odore di sacrestia si mettono "contro", in automatico, anche a costo di rinnegare le loro stesse idee.