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GEOLOGIA MARINA/ Tutti a bordo, per scandagliare il Mare Nostrum

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La nave oceanografica Urania  La nave oceanografica Urania

Da vent’anni il CNR segue il sistema di peer review adottato da tutti i principali centri di ricerca internazionali, secondo il quale ogni ricercatore che richiede l’utilizzo della nave per una ricerca deve sottostare alla valutazione di tre “pari” che leggono criticamente la proposta e la valutano su due piani complementari: il valore dell’idea scientifica e l’adeguatezza del piano di lavoro e dei mezzi tecnici per risolvere il problema proposto. Un terzo criterio di valutazione (una volta garantita la qualità della proposta) si basa sulla valenza applicativa della ricerca e, indirettamente, sulla capacità del proponente di attrarre finanziamenti, ad esempio attraverso progetti europei. In questo modo si è certi di spendere sempre nel migliore dei modi i finanziamenti destinati alla ricerca in questo settore avanzato, cruciale per il Paese.

 

Che tipologia di ricerche vengono svolte con la nave oceanografica Urania? Quali sono state le scoperte più inaspettate?

 

In campo geologico le più importanti scoperte riguardano l’accresciuta consapevolezza che anche i mari e gli oceani sono aree dinamiche. Sono state documentate numerose strutture attive sui fondali dell’area mediterranea: tra queste il vulcano Marsili, nel centro del Tirreno, che rappresenta il più grande vulcano attivo in Europa con un edificio alto più di 3.000 metri; l’Arco Calabro dove la placca dello Ionio scende sotto la Calabria in sollevamento generando terremoti distruttivi; e i bacini profondi del Mar Rosso dove si sta formando crosta oceanica e si preparano le condizioni per la nascita di un nuovo Oceano. In campo oceanografico si sono compiuti passi decisivi nella comprensione della circolazione a piccola scala e nella formazione invernale di acque fredde che, cadendo per il loro peso attraverso le scarpate continentali, portano ossigeno e nutrienti che sostengono la vita degli abissi.

Dal punto di vista biologico le scoperte principali riguardano gli ambienti estremi come i laghi di brine salate scoperti a 3.000 m di profondità e le aree di emissione di gas dove vivono molluschi in grado di nutrirsi di metano. Non meno importanti, le colonie di coralli profondi che vivono nelle acque più buie e fredde del Mediterraneo e il cui ruolo nell’ecosistema deve ancora essere compiutamente compreso. Sul fronte della paleoceanografia si è compreso l’impatto dei cambiamenti climatici repentini sulla circolazione del mediterraneo e sugli episodi di stagnazione che hanno portato ad un aumento di produzione primaria e accumulo di sostanza organica sui suoi fondali.

 

Quale è l’importanza per un Paese come l’Italia avere una nave oceanografica?

 

In tutti i Paesi avanzati, e oggi anche in numerosi Paesi emergenti, le navi ocenografiche svolgono un ruolo strategico a scala planetaria. Come cambierà la circolazione oceanica globale con la progressiva deglaciazione dell’Artico? Come cambieranno le rotte commerciali e lo sfruttamento delle risorse sottomarine in risposta allo stesso processo? Su questi temi vogliamo un punto di vista indipendente o ci accodiamo alle valutazioni di Paesi che investono di più? In Mediterraneo dobbiamo conoscere l’impatto delle attività antropiche su tutto l’ecosistema marino così come dobbiamo conoscere le aree geologicamente attive che costituiscono un fattore di pericolosità per le popolazioni e le infrastrutture costiero e, non ultimo, comprendere i fattori che controllano le fluttuazioni nella disponibilità delle risorse alieutiche. L’accesso alle navi oceanografiche consente inoltre la formazione di giovani ricercatori attraverso attività sul campo in un periodo in cui si tende a dare sempre più credito ai modelli di previsione.

Infine, la disponibilità combinata di navi efficienti, osservatori marini e strumenti autonomi permette di articolare moderne strategie di risposta rapida (il cosiddetto rapid enviornmental assessment) per la comprensione quantitativa di eventi estremi di origine naturale (es. l’impatto a mare di una piena fluviale di ricorrenza secolare) o antropica (es. la fuoriuscita di idrocarburi come nello sfortunato caso del Golfo del Messico).

 

Secondo lei cosa è necessario implementare dal punto di vista delle tecnologie marine per lo sviluppo della ricerca scientifica del Paese e cosa si sta facendo in merito?



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