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INFORMATICA/ Per essere più "intelligenti" i computer devono tornare bambini

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Questo nuovo approccio al problema dell’intelligenza artificiale sta dando vita a un nuovo istituto di ricerca multidisciplinare presso l’Istituto dello Sviluppo Umano di Berkeley. L’istituto aprirà i battenti nelle prossime settimane e vedrà coinvolti psicologi, informatici e filosofi. L’attività di studio sta coinvolgendo una vasta modalità di esperimenti: attraverso l’uso di lecca-lecca, giocattoli che si muovono, che si illuminano e che producono musica i ricercatori stanno scoprendo che i bambini mettono alla prova le ipotesi, si figurano possibilità statistiche e si immaginano conclusioni più o meno reali mentre si adattano costantemente ai cambiamenti. Cosa che i computer difficilmente fanno.

Si potrebbe pensare che rifarsi a un’intelligenza irrequieta e sempre in movimento come quella del bambino non possa portare vantaggi evidenti a una macchina che deve svolgere certi tipi di funzioni, magari ben definite. Ma un minimo di riflessione, però, ci può fare accorgere del contrario: computer programmati con caratteristiche cognitive simili a quelle dei bambini potrebbero interagire in modo più intelligente, veloce e positivo per esempio in programmi di tutoring o di phone-answering, ma non solo: «Il nostro computer potrebbe essere in grado di scoprire nessi causali, partendo da casi semplici, come riconoscere che noi lavoriamo più lentamente quando non abbiamo preso un caffè, e arrivando a casi complessi come il riconoscere quali geni provochino una più grande suscettività ai disagi», dice ancora Griffith.

Inevitabile chiedersi perché proprio i bambini siano così interessanti. È la loro instancabile apertura alle cose nuove e la voglia di esplorare il mondo. L’esplorazione libera, in particolare, è la chiave nello sviluppo dei giovani cervelli. «La spontaneità e i giochi di finzione (come i travestimenti, o l’immaginarsi sotto le spoglie di altri, personaggi di fantasia o no, ndr) sono importanti tanto quanto gli esercizi di scrittura o di lettura», asserisce Gopnik.

Il cervello sano di un neonato possiede una dotazione di circa 100 miliardi di neuroni, che generano una vasta rete di sinapsi e connessioni neurali - circa 15.000 all’età di 2 o 3 anni - rendendo i bambini in grado di imparare linguaggi, socializzare e imparare come sopravvivere e svilupparsi nel proprio ambiente. Gli adulti invece stoppano la loro capacità di immaginazione concentrandosi su obiettivi giudicati più importanti e cruciali, frenando lo sviluppo neuronale. I giochi tipici dei bambini invece sostengono lo sviluppo del cervello, spingendo il bambino a immaginarsi in situazioni differenti da quelle legate alle circostanze nelle quali è posto, e quindi costringendolo a prendere decisioni come se fosse nei panni di un altro.

Ma non solo: i bambini sono anche capaci di seguire l’evidenza, come spiega Tania Lombrozo: «I bambini vanno per la via semplice quando non c’è una forte evidenza per un’alternativa, ma appena si accumulano evidenze sufficienti, le seguono». I computer potrebbero trarre benefici dall’osservare nuove possibilità di rapporti causa-effetto notando stranezze o piccole differenze rispetto a situazioni standard, ma senza dimenticare le capacità dell’adulto: «Abbiamo bisogno della speculazione libera (dei bambini) e della pianificazione intensiva (degli adulti)», commenta Gopnik.

A Berkeley dunque - conclude Gopink - il sogno è molto semplice: «Rendere più intelligenti i computer rendendoli un po’ più simili ai bambini».



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