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DIBATTITI/ Scienza e (è) Teatro

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Rembrandt, Lezione di anatomia del dottor Tulp  Rembrandt, Lezione di anatomia del dottor Tulp

È esperienza comune quella di non accorgersi del consueto, di ciò che vediamo tutti i giorni, e a cui, per colpa dell’abitudine, non facciamo più caso. Ma quando qualcosa cambia, oppure quando è il nostro occhio a mutare per un improvviso cambiamento dell’animo, per un grande dolore o una grande gioia, ecco che il nostro panorama quotidiano ci balza incontro con tutta la sua impellenza.

Il legame fra scienza e teatro appartiene a questo insieme di cose “troppo ovvie per essere notate” e forse la nuova luce che improvvisamente lo mostra scaturisce dall’acuto dolore per una paurosa ed apparentemente inarrestabile deriva della scienza che sembra velocemente perdere la sua presa sul reale per rifugiarsi in un mondo di virtualità e di arroganti quanto effimere pretese di controllo.

Per legame fra scienza e teatro non intendo le derive festivaliere in cui viene proposta un’immagine banalizzata della scienza come “brillante giochino dell’intelligenza” che accoglie (falsamente) tutti come potenziali protagonisti, tacendo della fatica, dell’impegno e , perché no, dei contrasti tra diversi paradigmi, degli errori su cui si fonda la vera cultura scientifica. I festival fanno parte di quello che chiamavo virtualità o, con un termine inglese difficilmente traducibile, “gamification” della scienza.

No, sto parlando proprio della scienza vera, del lavoro degli scienziati attraverso i secoli che di questo stretto legame con il teatro conserva traccia in tante parole condivise: è dal Rinascimento che i luoghi privilegiati dell’insegnamento della medicina si chiamano “teatri anatomici’, e ancora sono chiamate “teatri” le sale da congressi dove si svolgono i convegni scientifici. Fino a meno di un secolo fa era prassi comune che gli scienziati (così come gli esploratori) esponessero i loro risultati alla parte “colta” della popolazione nei teatri cittadini, comparendo in cartellone insieme a melodrammi e lavori di prosa e molti di noi saranno stati insieme divertiti e commossi dall’esilarante “esibizione scientifica” della “creatura” del dr. Frankestein in un ipotetico teatro scientifico europeo nel mitico Frankestein Jr. di Mel Brooks.

A Mantova possiamo ancora ammirare il Teatro Scientifico costruito tra il 1767 e il 1770 secondo i progetti di Antonio Bibiena, che aveva tra i suoi scopi principali la messa in scena di lezioni, pubblici esperimenti e dimostrazioni organizzati dalla locala accademia delle scienze.

D’altronde la parola spettacolo condivide la stessa origine dal verbo latino “spectare” (iterativo per osservare) con speculum (specchio, ma anche uno dei più gloriosi ferri del mestiere dei medici per investigare le cavità corporee) e speculazione. Questa etimologia ci suggerisce che osservare la realtà attraverso il filtro di un artificio che fornisce un peculiare punto di vista (lo speculum) e mostrare i risultati così ottenuti in uno “spettacolo” sia la base comune dell’attività scientifica e teatrale. Questo legame era talmente consapevole all’inizio della scienza moderna che le accademie scientifiche del seicento producevano dei trattati sulla migliore “messa in scena” delle dimostrazioni scientifiche1.



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