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EVENTI/ Una giornata per gustare il fascino delle piante

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Foto: Rotofrank  Foto: Rotofrank

Ma in pratica in cosa è consistita la scoperta dell’agricoltura? «L’inizio dell’agricoltura dipende da due fattori fondamentali: la disponibilità di piante “domesticate”, cioè adatte alla coltivazione e alla preparazione del cibo e la “cultura della coltivazione”. Coltivazione e domesticazione delle piante non sono la stessa cosa: la coltivazione richiede la consapevole preparazione del terreno, la semina, l’irrigazione, l’eliminazione delle infestanti, il raccolto. È un’attività che richiede quindi conoscenze e tecnologie che nell’insieme costituiscono una cultura completamente diversa da quella dei cacciatori-raccoglitori. La domesticazione invece è il processo di scelta di quei caratteri presenti, ma rari, nelle popolazioni di piante selvatiche che trasformano le piante selvatiche in “domestiche”».

Soave ci spiega che le piante selvatiche inizialmente raccolte dai nostri antenati non erano per nulla adatte alla coltivazione. Nell’ambiente naturale le piante provvedono alla loro propagazione lasciando cadere a terra spontaneamente i semi a maturità. Ciò è molto negativo per il “raccoglitore” che deve cercare i semi frugando nel terreno, ma ancora di più lo è per l’agricoltore che, accingendosi alla mietitura, trova che la gran parte del raccolto è già stato disperso nel terreno. Spesso i semi sono anche ricoperti da involucri legnosi che li proteggono dagli animali, ma ovviamente rendono difficile il consumo da parte dell’uomo. Le piante selvatiche poi sono adattate a leggere le stagioni e il clima; i semi restano “dormienti”, cioè non germinano, magari anche per anni, fino a che non si realizzano le condizioni adatte: spesso poi devono aver sperimentato un periodo freddo (l’inverno) prima di germinare in modo da “sapere” che è in arrivo la bella stagione.

«Questi caratteri sono geneticamente determinati nelle popolazioni naturali, ma di tanto in tanto si manifestano mutazioni che li modificano: piante che trattengono i semi e non li disperdono, semi “nudi”, ecc. Chiaramente sono mutazioni sfavorevoli per la vita in ambiente naturale, ma molto desiderate dai nostri primitivi raccoglitori/agricoltori che scelgono questi “varianti” naturali e li utilizzano per le semine successive. Si generano quindi piante “domestiche” che da una parte soddisfano i nostri desideri, ma dall’altra parte perdono la loro capacità di sopravvivere allo stato naturale: diventano cioè totalmente dipendenti dall’uomo per la loro sopravvivenza».

Questa è, in breve, la storia della “domesticazione” del frumento, dell’orzo, del mais, del pomodoro, che si potrà vedere, con l’esposizione delle specie selvatiche tuttora viventi e dei vari stadi di domesticazione, dal 18 maggio a fine giugno a Milano presso l’Orto Botanico di Cascina Rosa e presso l’Orto Botanico di Brera.



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