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TERREMOTO/ La Pianura Padana non doveva essere una zona sismicamente tranquilla?

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Questo ragionamento si applica in modo particolare alla Pianura Padana. Se osserviamo la mappa del rischio sismico, notiamo che in questa area del Nord Italia la pericolosità non è zero: la mappa è quasi tutta (tranne una parte del Piemonte e della Lombardia occidentale) colorata, dove il colore indica probabilità non nulla. Sono colori tenui, azzurri e verdi, ben diversi dai rossi e dai viola di altre zone tristemente note per eventi anche recenti. Anche qui però Chiarabba ci invita a non essere generici: «Quando si parla di un’area come la Pianura Padana ci si riferisce a un’estensione enorme e a regioni con una tettonica non uniforme. C’è un fronte delle Alpi che arriva a lambire la pianura e c’è il fronte esterno degli Appennini che è quello che si è attivato in questo caso; è evidente che siamo in presenza di dinamiche ben diverse».

Il sisma recente è avvenuto in una zona a bassa pericolosità sismica, al confine settentrionale della zona in compressione della catena appenninica, sede in passato di alcuni terremoti storici di magnitudo inferiore o pari a 6. Qui la sismicità si distribuisce lungo un’area allungata per circa 40 km in direzione est-ovest. I terremoti più forti della sequenza sono dovuti a un fenomeno di compressione attiva in direzione nord-sud, legato alla spinta dell’Appennino settentrionale verso nord, al di sopra della placca adriatica. L’estensione della zona attiva, confrontata con la magnitudo degli eventi principali, suggerisce ai tecnici dell’Ingv che a essersi attivato sia un sistema di faglie complesso, e non una singola faglia.

Le informazioni principali sulla Pianura Padana provengono dalle esplorazioni petrolifere. Parliamo di un’area a basso rilievo ricoperta da un ingente spessore - fino a 8 km - di sedimenti terrigeni Plio-Pleistocenici. Le fasi tettoniche compressive hanno prodotto pieghe asimmetriche, faglie inverse e thrust vergenti verso nord-nord-est che coinvolgono sia la copertura sedimentaria che la sequenza carbonatica mesozoica sottostante. A grande scala, nella Pianura Padana si distinguono le pieghe del sud alpino e, nella parte meridionale, tre strutture principali ad arco chiamate, da ovest a est: l’arco del Monferrato, l’arco Emiliano e l’arco Ferrarese-Romagnolo. In particolare, la struttura Ferrarese-Romagnola si può suddividere, a sua volta, in tre gruppi minori: le Pieghe Ferraresi, le Pieghe Romagnole e, più a est, le Pieghe Adriatiche, che costituiscono il vero fronte della catena appenninica. Le Pieghe Ferraresi sono sepolte al disotto di una sequenza Plio-Pleistocenica terrigena (di circa 2 km di spessore) a cui segue una sequenza carbonatica mesozoica.

Accanto a questi dati geofisici ci sono i dati di tipo storico, sui quali si sono condotti da diversi decenni studi molto approfonditi e documentati da parte di studiosi che si sono specializzati in questa disciplina: la storia dei terremoti. Chiarabba cita, ad esempio, le ricerche e le pubblicazioni di Emanuela Guidoboni che insieme a Gianluca Valensise e ad altri collaboratori ha ricostruito la sequenza dei disastri sismici in Italia negli ultimi 150 anni e il loro impatto economico e sociale. È un quadro pesante e drammatico, che ha molto da dire anche sulla zona del ferrarese che si presenta non del tutto tranquilla e al riparo da sorprese.

La documentazione disponibile presso la Biblioteca Ariostea e una serie di altri elementi ha permesso alla Guidoboni di stilare la cronistoria dei terremoti che hanno colpito Ferrara e provincia nell’ultimo millennio. Si inizia con una scossa di circa mezz’ora avvertita il 24 giugno 1119, per poi trovare segnalazioni di terremoti nei secoli XIII e XIV. Maggiore la documentazione per il ‘400 e il ‘500, con descrizioni di crolli e rovine. Per un terremoto nel marzo 1624 ad Argenta gli argini del Po di Primaro hanno ceduto e le acque hanno invaso il territorio con danni immaginabili. Ma anche recentemente non sono mancate le avvisaglie: serie di scosse hanno interessato l’Alto Ferrarese nel gennaio 2010; nel luglio 2011 altre scosse hanno prodotto danni a una chiesa; e all’inizio di gennaio di quest’anno la terra ha tremato ancora nel delta, a Goro e Mesola.