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TERREMOTO EMILIA/ Ecco come misurare la vulnerabilità di palazzi e chiese

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Una chiesa lesionata dal terremoto (Foto: Infophoto)  Una chiesa lesionata dal terremoto (Foto: Infophoto)

«Nel primo caso è prevista una valutazione della pericolosità sismica attraverso l’intensità macrosismica, la quale, pur essendo una misura ibrida dell’input sismico che dipende indirettamente dalla vulnerabilità degli edifici, risulta particolarmente utile quando la pericolosità è dedotta dalla sismicità storica dell’area considerata. Un modello a base meccanica utilizza invece valori di PGA e lo spettro di risposta. In questo caso gli effetti di amplificazione locale possono essere direttamente considerati, sia attraverso un incremento della PGA di riferimento sia attraverso la modifica della forma spettrale».

Nel caso di un approccio macrosismico, lo scenario è definito attraverso l’utilizzo di curve di vulnerabilità, che correlano l’intensità al livello di danno medio atteso, definito in termini probabilistici. Il metodo si basa sulla vulnerabilità osservata, poiché queste curve sono ottenute in funzione dei dati raccolti durante i censimenti del danno post-sisma, per aree con differenti intensità macrosismiche. Gli studiosi Lagomarsino e Podestà hanno addirittura elaborato una funzione matematica che, sulla base delle analisi statistiche dei danni rilevati, descrive le curve di vulnerabilità per le chiese.

Nell’altro caso, con l’approccio a base meccanica, c’è la difficoltà di modellare le strutture storiche in muratura:  vengono utilizzate procedure semplificate, in cui il sistema sismico resistente è descritto attraverso curve di capacità che devono essere validate sulla base della vulnerabilità osservata. Associando ad ogni punto della curva di capacità uno specifico stato di danno dell’intero sistema, è possibile ottenere una valutazione del grado di funzionalità atteso per la struttura a seguito dell’evento sismico analizzato.

I due approcci (macrosismico e meccanico), secondo gli autori, non rappresentano procedure legate a livelli diversi di accuratezza, ma solo metodologie differenti, i cui risultati sono tra loro paragonabili. «In un’analisi di rischio del patrimonio culturale, è possibile utilizzare, senza alcuna differenza, il metodo più adeguato in funzione delle caratteristiche di pericolosità sismica, ottenendo uno scenario di danno che di conseguenza potrà essere più o meno accurato a secondo del livello di approfondimento adottato».

Il terremoto del Molise del 2002 aveva permesso di verificare come i due approcci siano idonei a definire uno scenario di danno che tenga in considerazione gli effetti di amplificazione sismica dovuti alla morfologia del sito considerato. Il rilievo del danno e della vulnerabilità delle chiese effettuato nella fase post-evento aveva evidenziato come in alcuni casi il livello di danneggiamento osservato non poteva essere unicamente ricondotto alle carenze costruttive degli edifici. In alcuni casi, la particolare localizzazione topografica dei manufatti ha influenzato la risposta sismica e il livello di danneggiamento, provocando degli effetti di amplificazione.

Una prima amara considerazione, a questo punto, è che gli strumenti per l’analisi di vulnerabilità sismica degli edifici monumentali in una grande città o in una regione ci sono: dovrebbe (avrebbe dovuto) essere quindi possibile individuare una lista di priorità; predisporre piani di interventi preventivi per la mitigazione del rischio; definire procedure idonee alla gestione dell’emergenza sismica.

(Michele Orioli)



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