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OGM/ "Formidabili" quei campi di kiwi non ideologici...

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La normativa nazionale è ancora in alto mare in quanto i ministeri non vogliono (o non riescono) ad emanare i protocolli necessari a dare il via alla sperimentazione. Tali protocolli, vale la pena di ricordare, esistono, ma non sono mai stati approvati per il veto di questo o quel ministro. Rugini ha risposto cercando di argomentare ulteriormente che:

1) non esisteva alcun problema di dispersione di polline perchè i ciliegi e gli olivi transgenici o sono sterili o non hanno raggiunto la maturità sessuale, mentre alle piante di kiwi maschio, le uniche a produrre polline, venivano rimossi tutti i fiori;

2) che in queste condizioni sarebbe stato sensato continuare a mantenere il campo in attesa di trovare i fondi per finire la la sperimentazione. A questa seconda richiesta non è stata data risposta.

A questo punto è però intervenuto Mario Capanna, un laureato in filosofia (e lo dico senza disprezzo alcuno per lui o per la filosofia) che ha iniziato un’intensa campagna perché si arrivi alla distruzione del sito sperimentale: «È una situazione di stupefacente illegalità che va sanata al più presto – dice Capanna, presidente della fondazione dei Diritti genetici, a L’Espresso -. Per questo abbiamo chiesto ai ministeri dell’Ambiente e dell’Agricoltura e alla Regione Lazio di procedere allo smantellamento del campo. E, prima, di avviare rapidamente un programma «di ricerca sull’impatto di quelle stesse piante transgeniche».

Tralascio la consistenza del programma di ricerca proposto dal filosofo e mi soffermo sulle motivazioni. Secondo Capanna «...il procrastinarsi di tale situazione pone seri rischi di contaminazione genica di varietà tradizionali di ciliegio ed olivo che abbondano nella zona immediatamente a ridosso dell’azienda universitaria». Eppure, come sopra descritto, né i ciliegi né gli olivi producono polline! (i lettori possono leggere l’intervista a Rugini che espone nel dettaglio le sue  argomentazioni). Riguardo al kiwi, la premessa della lettera di Capanna è stupefacente perché inizia sottolineando «...l’assenza nell’area di sperimentazione di coltivazioni di kiwi...», facendo dunque presagire, secondo logica, che non esista alcun rischio di contaminazione (che non esisteva comunque visto che i fiori venivano rimossi, ma tant’è) e che quindi almeno il kiwi transgenico si potrebbe lasciar stare. Ebbene, sulla base di quella premessa, la conclusione a cui giunge è la seguente: «si propone di procedere alla loro immediata dismissione». (Domanda retorica: chi era il docente di logica all’Università Cattolica nel ’68? Se il pericolo, a sua detta, è la contaminazione delle colture circostanti, ma questa contaminazione non può tecnicamente avvenire, dov’è il pericolo?).

Questo fa pensare che a Capanna non interessino i rischi per l’ambiente o per la salute (rischi che, in questo caso, dopo circa 25 anni di lavoro e ricerca nel settore della genetica molecolare e della biologia vegetale non riesco neanche a formulare o immaginare) ma questi vengano solo paventati al fine di acquisire visibilità mediatica.

La lettera testimonia quindi la filosofia di fondo della Fondazione di Capanna e la posizione di molti movimenti di difesa dell’ambiente. Sottolineano il rischio. Parlano di contaminazione irreversibile. Argomentano di agricoltura e di biologia vegetale e discettano di miglioramento genetico senza mai averle praticate. Ma questa filosofia e questa posizione dimenticano la realtà, sia quella testimoniata dalla pratica agricola che quella enucleata dalle scienze che si occupano di questi argomenti (biologia, biotecnologia, genetica, tossicologia...), realtà che provo a condensare in due affermazioni.

 



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