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AMBIENTE/ L’indirizzo della “nostra casa comune”? Cercatelo a Rio

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Il ministro degli Esteri brasiliano all'apertura dell'evento (InfoPhoto)  Il ministro degli Esteri brasiliano all'apertura dell'evento (InfoPhoto)

Rio 1992 aveva parlato al mondo di sviluppo sostenibile. Vent’anni dopo, con la categoria di sviluppo sostenibile ormai inadeguata, Rio 2012 deve partire dalla constatazione, verificata sul campo in molteplici esperienze, che la scienza e la tecnica, da sole, non possono orientare l’umanità verso un itinerario di salvezza.

Come Rio 1992 chiudeva il secondo millennio, Rio 2012 si colloca emblematicamente all’inizio del terzo, indubbiamente il millennio più impegnativo della storia umana, quando ormai dovrebbe essere evidente che senza i valori distribuiti nella storia della civiltà umana (dai primitivi ai Greci, da Zarathustra all’induismo, dal giainismo al buddismo, dal taoismo all’ebraismo, al Cristianesimo, all’Islam, alla scienza moderna, all’illuminismo) ovvero senza la sintesi di “un nuovo umanesimo” il mondo – “la nostra casa comune”, come dice Benedetto XVI – non si salva.

Dobbiamo quindi fare auspici perché Rio 2012 segni un punto di svolta verso un nuovo cammino in cui le vecchie categorie della modernità lascino il campo a un’autentica rivoluzione del nostro modo di interpretare le relazioni tra noi e la natura/creazione. Che ne escano quindi delle indicazioni e delle linee-guida intese a tradurre in processi e strategie formative permanenti quell’istanza di nuovo umanesimo della cui necessità ci parlava Einstein. Un umanesimo questa volta planetario ed ecosofico e, come tale, prologo a un nuovo Rinascimento. Anzi, per usare un termine quanto mai attuale e mutuato dalla nostra storia, di un nuovo Risorgimento. 

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