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SPAZIO/ Vent'anni dopo, il “filo” dell’astronautica italiana non smette di srotolarsi

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Foto: Franco Malerba e lo Shuttle Atlantis su cui ha viaggiato  Foto: Franco Malerba e lo Shuttle Atlantis su cui ha viaggiato

C’è molto da festeggiare oggi nella comunità “spaziale” italiana e un po’ in tutto il mondo scientifico che la circonda: si festeggiano i vent’anni dalla prima missione di un astronauta italiano nello spazio, quando Franco Malerba volò a bordo dello Shuttle Atlantis per la missione STS-46 destinata a collaudare un progetto di grande complessità e sofisticazione in cooperazione tra l'Agenzia Spaziale Italiana (ASI) e la Nasa. Si trattava del Tethered, o satellite “al guinzaglio”, che, attaccato a un cavo, doveva essere lanciato fuori dalla stiva e fatto scorrere come un aquilone fino a venti chilometri sopra lo Shuttle; per poi essere riportato nella stiva recuperando il filo dopo un volo di circa quindici ore.
In quell’assetto, il sistema a filo poteva creare differenze di potenziale elettrico fino a 5000 volt tra il satellite e lo Shuttle. Purtroppo un incidente al sistema di rilascio costrinse gli astronauti ad abbandonare l'impresa dopo appena 260 metri di srotolamento e a preoccuparsi di recuperare il satellite. Le successive analisi hanno mostrato che effettivamente si è trattato di un intoppo accidentale e banale rispetto alla complessità dell’impresa: qualcosa come un bullone di fissaggio troppo lungo che sporgeva e interferiva col movimento alternato di una spoletta che doveva distribuire ordinatamente il cavo sul rullo.
Anche il successivo tentativo, quattro anni dopo, di Maurizio Cheli e Umberto Guidoni con la missione STS 75 dello Shuttle Columbia, non andò a buon fine. Questa volta il cavo fu srotolato per circa 20 chilometri e arrivò a generare una potenza di circa 3 kW; ma a poche decine di metri al completo srotolamento, una scarica elettrica prodotta da un cattivo isolamento del materiale conduttore ne causò la rottura, con l’inevitabile perdita del satellite. Tutti però ritennero che, da un punto di vista scientifico, il test era da considerarsi un successo. Tanto che esperimenti del genere sono continuati e uno di loro, il TiPS (Tether Physics and Survivability), con un filo di 4 chilometri, è sopravvissuto nello spazio per diversi anni, dimostrando l’utilizzabilità del sistema.



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