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EVOLUZIONE/ Quello che le scimmie non dicono (perché non possono)

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Ci sono biologi, come Simon Conway Morris, che pensano a un cammino di convergenze destinato a portare inevitabilmente all’Homo Sapiens. Non condivido questa visione. Ci sono stati troppi eventi, troppe situazioni speciali, troppi fattori in gioco. Non penso quindi che si possa individuare un senso di inevitabilità in tutti questi fenomeni e processi.

 

Il cammino dell’evoluzione umana è solo una questione di competizione, di lotta per la sopravvivenza o è anche una storia di cooperazione?

 

Dipende dalla scala alla quale si considera il problema. Se si pensa alle altre specie, allora quello della competizione è il principale fattore che determina il formarsi dei successivi scenari evolutivi che oggi possiamo rileggere. D’altra parte, se consideriamo nello specifico la specie Homo Sapiens, conta molto di più l’aspetto della cooperazione; molto più di quanto non si possa riscontrare tra altre specie relativamente vicine alla nostra, come le scimmie o gli altri primati. Questa nostra inusuale propensione al comportamento cooperativo è un fatto che fa molto riflettere. Del resto l’Homo Sapiens ha una tendenza naturale alla socialità, anche qui in modo molto più spiccato delle altre specie: siamo più inclini a rapportarci con gli altri, a preoccuparci per gli altri, e viviamo in una complessa rete di relazioni e interazioni. Ed è un tratto che emerge molto presto nella storia evolutiva umana.

 

Lei sostiene che la dimensione simbolica è il tratto distintivo dell’Homo Sapiens: come è emersa?

 

Non lo riconosciamo esaminando i fossili, non potremmo. Abbiamo però una documentazione archeologica importante. Riconosciamo la dimensione simbolica nelle pietre, nel come erano lavorate e nei segni che sono rimasti su esse; ma anche nei resti dei siti abitativi, nel modo di organizzarli e strutturarli. E poi ci sono dei veri e propri oggetti simbolici, dei manufatti non giustificabili diversamente. Questi oggetti ci suggeriscono come pensavano quegli esseri umani: noi uomini ricostruiamo il mondo nella nostra testa e produciamo oggetti frutto di questa rielaborazione; non ci limitiamo, come altri animali, a reagire agli stimoli che arrivano dal mondo. Pensando alle grandi scimmie, capita spesso di sentire dire che “hanno fatto cose che finora si pensava facessero solo gli uomini”: tuttavia non si può affermare che arrivino ad avere una capacità simbolica. È questo l’abisso cognitivo tra noi e le scimmie.

 

E quando si è manifestata?

 

Agli inizi del cammino dell’Homo Sapiens, circa 200 mila anni, non c’era ancora; i primi Sapiens non si comportavano come noi oggi ma più come gli uomini di Neandertal. Possiamo pensare che in quel periodo si sia prodotta qualche piccola modifica a livello cerebrale che ci ha dato un potenziale nuovo; un potenziale che è rimasto inoperoso finché si è scatenato lo stimolo principale, il linguaggio. A mio avviso l’evento determinante è stata l’invenzione spontanea del linguaggio, probabilmente in una piccola popolazione in qualche luogo dell’Africa: il linguaggio è una facoltà che prevede creazione e manipolazione dei simboli. Solo verso i 100 mila anni fa si rivela un comportamento radicalmente nuovo dell’Homo Sapiens, caratterizzato dalla capacità di innovazione e di astrazione ed emblematicamente concretizzato nella produzione di oggetti simbolici; una tendenza realizzata in pieno 40 mila anni fa con la grande arte rupestre.

 

Quindi si è trattato di un evento preciso, non determinato da qualcosa di antecedente?



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COMMENTI
28/08/2012 - giusta conclusione, dati scorretti (andrea moro)

La posizione importante di Tattersall sottolinea un filone di ricerche ben affermato: le scimmie non parlano "perché non possono", come bene sintetizza il titolo. Tuttavia il motivo, a mio avviso, non sta nella simbolizzazione. Se simbolo è "qualcosa che sta per qualcos'altro" allora anche i segnali di odori (come le tracce di urina dei felini) sono simboliche dunque, sia pure in modo molto semplice, anche gli animali riconoscono simboli. La vera differenza, come intuì Cartesio, sta semmai nel fatto che nessun animale può ricavare senso dalla combinazione dei simboli, cioè da quello che dall'epoca ellenistica chiamiamo "sintassi". Di questo ormai abbiamo prove sperimentali forti sia sugli animali (come il famoso lavoro di Terrace et al. 1979 su un cucciolo di scimpanzé che apprese 130 parole ma in nessuna delle 19.000 frasi manifestò sintassi) che sul cervello degli esseri umani per il tramite, sia pure molto limitato, delle tecniche di neuroimmagini. Ed è proprio dalla combinazione di simboli, dalla sintassi cioè, che si spalanca l'infinito nel linguaggio umano, e solo in quello. È questo il fatto inaspettato e clamoroso che differenzia noi da tutti gli altri animali. E questo "infinito presente" è anche alla base di altre capacità cognitive umane come la musica. Come diceva Chomsky negli anni 50 del secolo scorso "gli esseri umani sono progettati in modo speciale" per apprendere il linguaggio secondo modalità che ci portano dritti a riconoscere il mistero.