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PROSPETTIVE/ Tracce di infinito nell’ambiente

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Le relazioni tra esseri umani ed ambiente, tra gli ecosistemi e le fasce climatiche del Pianeta, tra la Terra ed il sistema solare e la Via Lattea, tra le galassie e l’Universo sono reali, misurabili: queste misure sono valide per tutti gli esseri umani del Pianeta, ma sono soltanto misure del particolare, per grande o piccolo che possa essere. Nella misura è il rapporto con la dimensione dell’infinito che viene censurato, come non indispensabile alla conoscenza del finito o come azzardato presupposto dell’esistenza del “generatore dell’infinito”, che sembrerebbe coincidere con l’affermazione dell’esistenza di un  Dio, non comune a tutti gli esseri umani.

Le dialettiche creazioniste ed evoluzioniste, forse,  non aiutano a comprendere la realtà nella sua declinazione più autentica, ma sembrano imporre delle scelte di campo, che, a loro volta, renderebbero il lavoro della scienza pressoché inutile, se non secondario, imponendo visioni del mondo aprioristiche di tipo tematico, anziché di tipo relazionale.

Ecco allora che, un po’ alla volta, si può intuire come l’osservazione dell’ambiente comporti la necessità di una sua collocazione concettuale individuabile non solo nei sistemi di relazione, sinergici tra loro, ma addirittura come paradigma di una complessità relazionale con l’intero Universo.

Quando guardiamo il cielo notturno estivo,  rimaniamo stupiti o rapiti dallo splendore del firmamento e corriamo con il pensiero alla poesia, all’arte, alla musica, alla bellezza insomma, quasi astraendo dalla realtà, anche se ne siamo autenticamente innescati. Per altri versi, accade, subito dopo, di “precipitare rovinosamente” in una porzione di realtà, che, per una sorta di educazione al vero profondamente errata, (si pensi alla netta separazione tra cultura scientifica ed umanistica) consideriamo più attendibile, più sperimentabile, più consona alla nostra dimensione di esseri finiti, quindi più autentica.

Il guaio certo è che questa realtà, che consideriamo oggettiva ed a nostra misura, ci fa del male, ci rende dipendenti dalle vicissitudini stesse dell’ambiente in cui viviamo, ci logora dentro la valutazione del limite, condizionando pesantemente il nostro spirito di iniziativa, facendoci perdere, così, il sapore galattico dell’Universo infinito.

Infinito inteso come spazio delle relazioni, come dimensione culturale e concettuale, infinito come significato del nostro appartenere alla realtà, infinito come bisogno di dimensioni senza limiti di tempo e di spazio, che nel pensiero prendono forma, e dove, tuttavia, è compresa la nostra limitata umanità: è la nostra natura autentica, che affiora come grido o domanda o esigenza di ciò che esiste davvero nella realtà e che troppo spesso riteniamo di non poter abbracciare con tutta la passione di cui siamo capaci.

La natura, nella sua molteplicità di elementi, è offerta all’umanità come aiuto alla comprensione della bellezza dell’Universo, dove ogni elemento sembra essere sincrono all’armonia dell’infinito.



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