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CLIMA/ Riscaldamento globale: gli azzardi della "geoingegneria"

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Finendo invece nella bassa stratosfera, caratterizzata da assenza di rimescolamento, la nube di cenere troverebbe il modo di espandersi orizzontalmente fino a formare un esteso velo opaco che sarebbe in grado di riflettere verso lo spazio una maggiore quantità di radiazione solare incidente. Se l’eruzione vulcanica avvenisse poi alle basse latitudini, che è la seconda condizione posta, allora l’effetto sul cambiamento climatico sarebbe più efficace. Solo in questo modo il “velo” di polveri sarebbe capace di raggiungere, a causa della natura della circolazione generale dell’atmosfera, anche le latitudini più alte dell’emisfero in cui il vulcano erutta distribuendole così su una larghissima fascia latitudinale.

Tra le eruzioni vulcaniche recenti, rientra nelle due condizioni appena descritte, quella del Pinatubo, nelle Filippine, avvenuta nel giugno 1991. Durante questa eruzione, i 15 milioni di tonnellate di ceneri espulse dal cratere raggiunsero addirittura i 40 km di altezza e lo spesso di polveri aumentò del 2% la riflessione verso lo spazio dei raggi solari: la conseguenza fu un raffreddamento globale di 0.5 °C nei due anni successivi all’eruzione (Robock A. et al., Science 327, 2010).

Sembrerebbe semplice dunque, ma purtroppo le cose sono molto più complicate. L’immissione di anidride solforosa con successiva formazione di goccioline di acido solforico determinerebbe una serie di reazioni che porterebbe ad una riduzione dello strato di ozono in atmosfera (Pope F.D. et al., Nature Climate Change, 2012). Anche secondo un altro autore (Tilmes et al., Science, 320, 2008)  l’immissione in atmosfera di zolfo in quantità tale da compensare gli effetti del riscaldamento, dovuti al raddoppio della anidride carbonica, determinerebbe una notevole riduzione dell’ozono ai poli e rimanderebbe di circa 30-70 anni la sua ricostituzione in Antartide.

Ancora più importanti sono gli aspetti politici e sociali che deriverebbero da eventuali tecniche di modificazione del clima. Ad esempio tali conoscenze  sarebbero di proprietà solo di alcune nazioni oppure si dovrebbero considerare come un bene comune di tutta l’umanità? E in tal caso, gli  eventuali brevetti come verrebbero gestiti?  In un recente meeting di geoingegneri ad Asilomar (California) si è accennato a raccomandazioni, per ora molto vaghe, sulla necessità di condurre ricerche pubbliche, consultare la pubblica opinione nella pianificazione di tali ricerche, creare nuovi meccanismi per la governance delle attività climatiche a larga scala.

Allo stato attuale delle conoscenze intervenire deliberatamente sul clima per modificarlo sembra più un azzardo che una attività scientifica, proprio perché non si conoscono completamente i complessi processi che sono alla base del clima e delle sue variazioni.

In attesa di saperne di più conviene – come già ammoniva la mostra Atmosphera curata da Euresis per il Meeting di Rimini 2008 – agire con “responsabilità”, “prudenza” e “temperanza”.



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