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TERREMOTI/ Attenti a quelle faglie, sembrano stabili ma sono a rischio

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La scena dopo un terremoto (Foto: Infophoto)  La scena dopo un terremoto (Foto: Infophoto)

Il nostro pianeta è costantemente scosso da terremoti che si concentrano preferibilmente lungo i bordi delle placche tettoniche (aree in cui è suddivisa la parte più superficiale del Pianeta) le quali si muovono, se pur lentamente, a velocità diversa l’una rispetto all’altra. Questi movimenti relativi tra le placche sono accomodati da faglie separanti blocchi rocciosi che muovendosi, con velocità più o meno elevata, liberano enormi quantità di energia sotto forma di onde sismiche, percepite da noi come terremoti. I terremoti possono essere più o meno distruttivi a seconda della quantità di energia accumulata e del tasso di movimento, detto “slip rate”, che caratterizza queste faglie .
Il verificarsi di grandi terremoti, che negli ultimi decenni hanno provocato migliaia di vittime e distrutto interi centri abitati, ha indotto la comunità scientifica a sviluppare studi e modelli al fine di migliorare le conoscenze di tale fenomeno e le sue manifestazioni. In questo ambito, sono stati proposti diversi modelli tra i quali il più accreditato classifica le faglie in due principali gruppi:
1) faglie stabili, caratterizzate da movimento quasi statico, e tasso di dislocazione comparabile con la deformazione tettonica;
2) faglie bloccate, le quali per decine o centinaia di anni (anche migliaia, in alcuni casi) non si muovono accumulando energia.
Fino ad oggi, le faglie stabili sono state considerate asismiche, ossia faglie che, a dispetto delle loro grandi dimensioni, generano numerosissimi terremoti di bassa o bassissima magnitudo (intensità del terremoto indicata con Mw) grazie al loro continuo e lento movimento: esse sono dette anche “creeping faults” e considerate a basso rischio sismico. Al contrario, le faglie bloccate sono considerate a elevato rischio sismico, poiché alternano lunghi periodi di quiescenza a momenti d’improvviso rilascio di enormi quantità di energia, generando terremoti di elevata magnitudo (Mw maggiore di 6).
Contrariamente al modello sopra descritto, due terremoti molto distruttivi, quello di Tohoku-Oki (Mw=9.0) che l’11 marzo 2011 ha colpito le coste del Giappone provocando anche un catastrofico maremoto e quello di Chi-Chi (Mw=7.6), che nel 1999 ha colpito Taiwan, si sono verificati lungo segmenti di faglia considerati stabili e, quindi, a basso rischio sismico. Un recente studio pubblicato su Nature da Hiroyuki Noda e Nadia Lapusta, rispettivamente dell’IREE - Japan Agency for Marine-Earth Science and Technology e della DGPS e DEAS - California Institute of Technology, propone una nuova ipotesi che tenta di spiegare il realizzarsi di tali inaspettati eventi.
Il modello numerico proposto da questi autori è basato su parametri derivati da esperimenti in laboratorio che utilizzano campioni prelevati lungo le faglie sorgenti dei terremoti. I risultati mostrano che alcune faglie considerate stabili possono cambiare comportamento divenendo molto distruttive e subire grandi spostamenti a causa della presenza di fluidi termicamente pressurizzati.



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