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CLIMA/ Eventi estremi: li spiega l’aumento della temperatura media

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D’altra parte, la necessità di ipotizzare un'estremizzazione del clima per spiegare l’evoluzione degli estremi termometrici si supera se si comprende che, quando un cambiamento climatico è in atto, il ritmo di variazione nella frequenza degli eventi estremi non è costante, ma cambia secondo modalità che dipendono sia dalla forma della distribuzione sia dalle sue trasformazioni nel tempo. L'esatta natura delle relazioni che intercorrono tra una simile trasformazione, ad esempio un incremento della temperatura, e la frequenza degli eventi estremi si può comprendere in termini quantitativi attraverso una modellizzazione della distribuzione delle anomalie di temperatura con un'adeguata densità di probabilità teorica. Si può mostrare che in questo contesto le probabilità di eccedenza, cioè le frequenze di eventi estremamente caldi e freddi, si possono esprimere in modo semplice attraverso la densità di probabilità, e la loro legge di evoluzione è univocamente determinata dalla forma della densità sottostante e dai cambiamenti dei suoi parametri nel tempo. In tale formalismo appare chiaro come le probabilità di eccedenza siano quantità intrinsecamente non lineari rispetto al tempo qualora vi sia una trasformazione della distribuzione; in altri termini il loro ritmo di variazione non è costante, come spesso si assume in prima approssimazione, neppure nel caso più semplice in cui l’unico cambiamento sia un incremento lineare della media delle temperature nel tempo.

L'evoluzione delle probabilità di eccedenza si può quindi determinare teoricamente assumendo un'adeguata funzione densità per le anomalie di temperatura giornaliera e valori dei parametri ricavati dalle osservazioni. L'evoluzione teorica per le temperature massime così calcolata è mostrata in figura, assieme all'evoluzione osservata, considerando eventi gradualmente più estremi. Il calcolo si riferisce alla temperatura massima, assumendo come ipotesi l'incremento del solo valor medio ricavato dai dati e mantenendo costanti gli altri parametri. In particolare, le probabilità teoriche sono state determinate utilizzando per il parametro di posizione sia un’interpolazione parabolica del valor medio di TX in funzione del tempo (l’incremento della temperatura non è infatti lineare, ma presenta un’accelerazione negli ultimi decenni), sia i singoli valori medi annui (rispettivamente curve rosse e gialle) per un più dettagliato confronto con le osservazioni (curve nere).

 

 

 



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COMMENTI
28/01/2013 - Non è responsabilità dell'uomo (Carlo Cerofolini)

Pur non volendo entrare nel merito di quest’articolo, vorrei, dire che sarebbe fuorviante mettere in relazione quanto in questo si trova scritto con le attività umane, in quanto tutta la CO2 presente in atmosfera, che per altro è un ottimo concime naturale, contribuisce all’effetto serra solo per circa il 2% - mentre ben oltre il 90% è affidato al vapor d’acqua - e la produzione annua della CO2 antropica diretta fa aumentare la percentuale dei gas serra totali di appena lo 0,1%. Ridicolmente troppo poco per influenzare il clima. Comunque nelle ere geologiche passate le variazioni di temperatura hanno preceduto, non seguito, di 600-800 anni le variazioni di CO2 in atmosfera e pure i cambiamenti rapidi del clima ci sono sempre stati, come pure temperature più alte delle attuali di 2-3 gradi, senza che l’uomo avesse alcuna colpa. Inoltre è bene evidenziare che adesso con le attuali 390 ppm di CO2 siamo al massimo, perché tra il 1812 e il 1961 questa, secondo circa 900 misure fatte in oltre 400 siti, è variata fra 150 e 450 ppm ed ha toccato tre livelli di massimo nel 1820, 1855, e 1940 e quindi non è giustificato fare allarmismo su questo dato. Infine non c’è alcuna «impronta digitale» legata ai gas serra antropici che evidenzi un (supposto) riscaldamento del pianeta, mentre c’è perfetta correlazione fra attività solare e variazioni di temperatura e nessuna correlazione legata alla CO2 antropica negli ultimi 400 anni.