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IL PUNTO/ Non snobbate il "motore metabolico" dell’Oceano

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Stress antropogenici, inquinanti, pesca non sostenibile, riscaldamento, deossigenazione, acidificazione sono solo alcuni dei termini che recentemente, sempre più spesso, vengono associati alla parola Oceano. Questo perché gli oceani di tutto il mondo sono influenzati da una serie di fenomeni non naturali che derivano proprio dalle attività antropiche e che hanno, nel corso degli ultimi decenni, modificato le caratteristiche dell’acqua marina non solo dal punto di vista fisico e chimico, ma anche e soprattutto dal punto di vista biologico ed ecologico.

Gli oceani, occupando il 70% della superficie terrestre, sono una delle componenti ambientali più sensibili all’attività umana che, sempre di più a partire dalla rivoluzione industriale, condiziona il destino dell’ambiente che ci circonda. Nel contempo, essi sono una risorsa fondamentale perché costituiscono una fonte di cibo e soprattutto perché sono serbatoi di calore in grado di assorbire l'energia irradiata dal Sole e di rilasciarla lentamente al fine di mantenere la temperatura dell'aria entro valori tollerabili per gli organismi viventi.

Le recenti alterazioni dell’ambiente marino hanno innescato un serie di cambiamenti biologici ed ecosistemici difficili da quantificare: molte specie di organismi marini (da quelli microscopici che costituiscono il plancton fino ai grandi predatori che occupano il vertice della catena alimentare) vanno verso diminuzioni drastiche sia del numero di specie che del numero di individui (fino a specie in pericolo di estinzione), a riduzione e frammentazione dell’habitat, nonché a vere e proprie migrazioni verso habitat diversi, che hanno dato vita al fenomeno delle cosiddette specie aliene.

Tanti passi sono stati fatti negli ultimi decenni nel campo dello studio e della salvaguardia degli oceani, ma la strada da percorrere è ancora molto lunga. Secondo una recente pubblicazione di J. Anthony Koslow e Jennifer Couture della Scripps Institution of Oceanography dell’Università della California, intitolata “Follow the fish” e apparsa su Nature, i diversi programmi internazionali nati allo scopo di monitorare i vari comparti dell’oceano sono ancora ben lontani dall’essere pienamente efficienti e soprattutto dal potere fornire serie di dati ecologici di lungo termine.



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