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IL PUNTO/ La tutela dell’ambiente passa attraverso l’autocoscienza

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In altri termini sembra diventare sempre più urgente la necessità di superare la visione del mondo caratterizzata dall’antropocentrismo, a favore di una centralità più evidente e in fase di progressiva comprensione, che consiste nella natura stessa e nelle sue regole vitali, nei suoi processi e nella sua consistenza strutturale. È la fiducia incondizionata nella scienza e nella tecnologia a suggerire o, addirittura, ad imporre da un lato l’antropocentrismo, l’essere umano come grattacielo del sapere, e dall’altro l’impassibile e freddo governo nella competizione sull’uso delle risorse.

C’è qualcosa di malato in questo alimentarsi di tensioni, reali e programmate, per la vita futura degli abitanti della Terra; c’è qualcosa di logorante nel rilevare  costantemente i limiti delle risorse in un Pianeta fisicamente limitato. Si rasenta ritmicamente lo sconforto, si percorrono itinerari alternativi alla concezione classica delle regole economiche del capitalismo, attraverso l’induzione al fattore primario dell’essere umano: la ricerca della prosperità e della felicità.

Anche perché l’oggetto della preoccupazione, al di là delle formali apparenze, non è certo la sussistenza della totalità degli abitanti della Terra; anzi, la totalità diventa uno strumento di giustificazione di iniziative a favore di una minoranza “ricca” di popolazione, tutte univocamente concorrenti alla riduzione del numero degli abitanti, come accade nella disumana pratica dell’aborto.

Soprattutto non si vuole riconoscere che i popoli più sviluppati della Terra, il 20% degli attuali sette miliardi, consumano l’80% delle risorse disponibili e non si vuole assimilare il concetto che la logica delle democrazie liberiste si accompagna ad un vero e proprio crimine contro quella parte di umanità che tenta di sopravvivere alla povertà, alla miseria, alla fame, alle malattie, all’apatia, all’ignoranza, nella indifferenza agghiacciante dei popoli ricchi.

 

 

 



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