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EVENTI/ Due giorni sotto il Gran Sasso per ridare alla scienza il "suo" metodo

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Nel Simposio questo discorso sul Metodo, illustrato da chi scrive, è stato ovviamente declinato in modo diverso dagli oratori, a seconda della loro disciplina scientifica. Giovanni Prosperi ha insistito sull’importanza del modello nello sviluppo della Fisica, modello inteso come con una idealizzazione e una forte semplificazione di una situazione complessa, allo scopo di comprendere gli aspetti più importanti di un fenomeno , trascurandone altri meno rilevanti. Prosperi enfatizza il concetto di area di applicazione di una legge e il fatto che “nella nostra esperienza ogni teoria è destinata a essere presto o tardi superata da una nuova, e quindi è naturale concepire la conoscenza fisica in tutta generalità come una conoscenza per modelli”. Il concetto, già espresso da chi scrive, della continua revisione della rappresentazione e del campo di validità di essa, viene ripreso in questa conclusione di Prosperi. Va però sottolineato che questo processo della Scienza non deriva da uno scetticismo sulla possibilità di arrivare ad una rappresentazione del reale, ma invece dalla confidenza che una rappresentazione possa essere sempre affinata in modo di poter rappresentare sempre meglio il reale, attraverso un continuo discernimento fra il vero e il falso.
In Astrofisica, come sottolineato da Marco Bersanelli, l’applicazione del metodo sperimentale utilizza come esperimenti le osservazioni. L’oggetto dell’indagine è inaccessibile, non manipolabile: non possiamo far altro che raccogliere (“vedere” ) quello che ci arriva dal cielo, perché l’unico oggetto indagabile è l’Universo e quello che noi “vediamo” è in grandissima parte invisibile. Non solo, ma la maggior parte delle misure astrofisiche sono indirette, sono cioè osservazioni che inducono certe conclusioni, ma non le dimostrano direttamente. Infatti non è possibile inventare esperimenti ad hoc. In astrofisica, vedere significa registrare attraverso vari strumenti le radiazioni elettromagnetiche che appartengono allo spettro ottico, quelle ultraviolette, le X e le gamma, le infrarosse, le onde radio, le microonde e le onde di lunghezza inferiore al mm. I corpi che emettono tutte queste radiazioni sono in verità solo il 4% circa di tutta l’energia-massa presente nell’Universo. Osservazioni di effetti gravitazionali sulle Galassie a spirale e sull’attrazione reciproca fra Galassie inducono a pensare che esistano molti corpi massivi che non emettono nessun tipo di radiazioni, la cosiddette Materia Oscura, che è circa 8 volte superiore alla materia “visibile”. Le recenti osservazioni del lontano Universo, dal quale provengono segnali emessi quando l’Universo era “infante” e che, data la distanza, ci raggiungono solo ora, ci indicano che l’Universo a quell’età si espandeva meno velocemente che non ora. Quindi sembra che la sua velocità di espansione aumenti e ciò induce a pensare che ci sia qualche misteriosa energia che provoca questa accelerazione: la si è chiamata “Energia Oscura” e la sua entità domina tutte le altre componenti dell’Universo. Concludendo, siccome l’Universo risulta composto solo per il 4% di corpi che emettono radiazioni elettromagnetiche, mentre la Materia Oscura è circa 30% e l’Energia Oscura è circa il 66%, possiamo dire di conoscere qualcosa di una minima parte dell’Universo.
Tutto ciò che conosciamo in Astrofisica lo sappiamo per via “indiretta” e anche ciò che è visibile direttamente lo è perché è mediato da un processo fisico. Ma “vedere” in senso compiuto implica un qualche riconoscimento di ciò che si vede. Poiché in Astrofisica non possiamo, come nella Fisica, inventarci degli esperimenti chiarificatori ad hoc, ci affidiamo a continue osservazioni che ci rivelano indizi convergenti. Una scoperta emerge e si consolida nel tempo come spiegazione ”invisibile” di molti indizi visibili, fra loro indipendenti, indizi ottenuti attraverso misure quantitative, rigorose, verificabili, ripetibili.



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