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IL PUNTO/ Il punto sulla (in)utilità delle banche dati

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Forse è meno appropriato un sistema di costruzione e di gestione di banche dati finalizzato alla presunta proprietà di elementi considerati strategici, ma nella realtà assai poco fruibili in ambito scientifico e tecnico. Mi riferisco a banche dati occasionali, create nell’ambito di una singola ricerca, costate in misura rilevante all’Ente che le ha programmate e poi abbandonate in un archivio del proprio PC: dati inutili, dati raccolti senza finalizzazioni concrete, ma solo per arrivare a produrre una pubblicazione e, in ultima analisi, non per incrementare la conoscenza del reale.

Ma c’è un ulteriore aspetto che occorre sottolineare per arrivare a comprendere il valore di un database. Non solo le variabili della superficie terrestre sono in continua evoluzione, ma, la questione più singolare è data dal fatto che tutte sono in relazione tra loro, cioè afferiscono ad una realtà unita ed indivisibile. Ne deriva che la vera utilità delle banche dati non consiste nella catalogazione di una serie di valori numerici riferiti ad un oggetto, ma nel cogliere le relazioni tra una variabile e l’altra, cioè nel valutare il peso dei fattori capaci di interferire nella organizzazione e nell’evoluzione di un fenomeno.

Questo è un processo ancora poco sviluppato nel campo della ricerca scientifica, perché restringere l’area di indagine su alcune variabili, escludendone altre, significa presumere livelli di separazione della realtà talora arbitrari o soggettivi, raggiunti attraverso un livello speculativo attinente l’esperienza e la sensibilità del ricercatore.

È evidente che queste brevi righe non hanno alcuna pretesa di essere esaustive, data la complessità del campo informatico di riferimento; ma, correlare banche dati per raggiungere obiettivi incomprensibili a livello di osservazione analitica potrebbe essere una modalità costante per accedere alla conoscenza sempre più ampia della realtà.



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