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MARTE/ Un’altra sonda verso il Pianeta rosso: alla ricerca dell’atmosfera perduta

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Se questa sera dal complesso 41 di Cape Canaveral, a bordo del missile Atlas V, la missione MAVEN della Nasa riuscirà a decollare, potrà dire di aver già superato due ostacoli che avrebbero potuto bloccarla. Il primo in realtà è stato superato nel 2008, quando la stessa Nasa ha approvato la missione il cui obiettivo principale – come evidenzia la denominazione MAVEN che sta per Mars Atmosphere and Volatile EvolutioN – è studiare l'atmosfera marziana e le sue interazioni con il Sole. Nonostante il crescente interesse, anche internazionale (si veda la recente missione indiana) per l’esplorazione marziana, l’approvazione non era così scontata. La Nasa infatti ha come temi prioritari quelli relativi alla ricerca di indizi della presenza di acqua sulla, o sotto la, superficie di Marte; quindi, le ricerche sull’atmosfera e sul clima del pianeta non rientravano immediatamente nell’agenda dell’agenzia spaziale americana. Tuttavia, come ha rivelato alla rivista Nature il Principal Investigator della missione Bruce Jakosky, del Laboratory for Atmospheric and Space Physics dell' Università del Colorado (a Boulder), è bastato precisare meglio il nesso di queste indagini con la ricerca dell’acqua e catalogare la missione e le sue ricerche non tra quelle del settore atmosferico ma tra quelle di ambito “geologico”; così MAVEN è stata approvata, col relativo finanziamento dei 485 milioni di dollari che alla fine comporterà.

L’altro ostacolo è sorto più recentemente ed era lo shutdown dell’amministrazione statunitense, che rischiava di inserire questa missione tra i tanti progetti stoppati dalla crisi economica federale. Anche questa difficoltà però è stata bypassata, per la natura speciale della spedizione. La MAVEN risulta infatti come una missione cruciale nell’intero quadro dei programmi di esplorazione del pianeta rosso: la sua permanenza in orbita marziana nei prossimi anni è la condizione per garantire la continuità nelle comunicazioni con i due rover Curiosity e Opportunity che stanno perlustrando e setacciando il suolo di Marte; comunicazioni che finora sono state supportate dai satelliti orbitanti Mars Odyssey e Mars Reconnaissance Orbiter che però hanno già alle spalle diversi anni di attività, essendo stati lanciati rispettivamente nel 2001 e nel 2005. Quindi neppure il temibile shutdown ha fermato Jakosky e il suo team, che questa sera alle 19:28 (ora italiana) assisteranno con giustificata trepidazione al lift-off dell’Atlas V col suo prezioso carico.

Vediamo allora brevemente in cosa consiste tale carico. Gli strumenti scientifici – realizzati prevalentemente dalle Università del Colorado e di Berkeley (California) – configurano tre sistemi di analisi. Il primo è il Particle and Fields Package (PFP), che contiene sei strumenti per studiare il vento solare e la ionosfera di Marte: il Solar Energetic Particle (SEP), il Solar Wind Ion Analyzer (SWIA), il Solar Wind Electron Analyzer (SWEA), il SupraThermal and Thermal Ion Composition (STATIC), il Langmuir Probe and Waves (LPW) e il Magnetometro (MAG). Quest’ultimo consentirà di studiare il campo magnetico del pianeta – sia l’intensità che la direzione – per capire la particolarità di Marte che, a differenza della Terra, ha perso il suo campo magnetico globale molto tempo fa, lasciando così indifesa l’atmosfera e consentendo al vento solare di eroderla e di inaridire il pianeta. Gli altri due sistemi sono: il Remote Sensing Package (RSP), per determinare le caratteristiche globali degli strati superiori dell’atmosfera di Marte e della sua ionosfera; e il Neutral Gas and Ion Mass Spectrometer (NGIMS), per studiare i rapporti tra alcuni isotopi e i loro atomi (esempio: deuterio e idrogeno) e cercare di capire come molte particelle neutre possono essere strappate dall’atmosfera marziana.



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