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FANTASCIENZA/ Quei due passi della Bullock ci fanno capire il dono della "gravità"

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Il primo aspetto è comunicato soprattutto dalle meravigliose immagini, in gran parte autentiche e ulteriormente valorizzate da un ottimo 3D, che in certi momenti ci danno davvero la sensazione di essere lassù con loro (l’hanno detto perfino gli astronauti). Il secondo è invece riassunto plasticamente dal finale, che è scontatissimo fino a cinque secondi dalla fine, ma poi ci regala (meglio tardi che mai) l’unico vero colpo d’ala, anch’esso fino ad ora generalmente ignorato dalla critica. Se infatti il film si chiudesse con la Bullock che si erge fieramente in tutto il suo splendore sulla spiaggia dove è appena sbarcata uscendo dalla capsula di salvataggio, con l’immancabile e assordante crescendo musicale di sottofondo, il tutto sarebbe di una banalità retorica quasi insopportabile. Ma poi ci sono quei cinque secondi, in cui la musica cessa e lei muove i suoi primi due incerti passi sulla sabbia bagnata, godendo, nonostante la fatica, della ritrovata gravità, sottolineata dall’immediato ricomparire del titolo del film, che adesso (e solo adesso) si capisce veramente. E solo in questo momento realizziamo appieno anche la straordinaria forza di coinvolgimento che il film, nonostante i suoi difetti, possiede: perché il ritorno della gravità e il senso di sollievo dato dall’avere di nuovo qualcosa di solido sotto i piedi che prova la protagonista, non solo lo comprendiamo, ma lo percepiamo insieme a lei, dopo averne percepito insieme a lei la mancanza per tutto il corso del film, pur senza esserne del tutto consapevoli (e diventandolo, appunto, proprio e solo in quell’istante finale). Impariamo così che lo spazio è un ambiente sfavorevole alla vita per moltissime ragioni, ma innanzitutto per quella che invece a prima vista ci sembra la sua caratteristica più affascinante: l’assenza di quella gravità di cui da sempre sogniamo di liberarci, come di una madre opprimente, ma che in realtà è la forza che più di tutte ha plasmato, ancor più dell’aria che respiriamo, la forma attuale della nostra esistenza; e che, soprattutto, è l’unico dei fattori necessari ad essa che non potremo mai portarci dietro. Concludendo: vale la pena di andare a vedere Gravity? La mia risposta è sì, a patto che non si faccia troppo caso alla storia e lo si prenda per ciò che realmente è: non un film, ma un meraviglioso, spettacolare, emozionante e fin qui ineguagliato simulatore astronautico, che ci consente di provare per la prima volta sulla nostra pelle che cosa è davvero lo spazio per l’uomo.



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COMMENTI
26/11/2013 - ILa consistenza (maurizio candelori)

si, leggendo l'articolo mi veniva in mente di come lo spettatore si possa immedesimare nella protagonista soprattutto nella sensazione di peso, di consistenza... cioè di colpo prendere coscienza di avere la vita attraverso ogni parte del proprio corpo che pesa e anela a terra perchè attratta da essa e vincolata ad essa per vivere...