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FANTASCIENZA/ Quei due passi della Bullock ci fanno capire il dono della "gravità"

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Sono andato a vedere Gravity, il filmone di fantascienza del momento, con Sandra Bullock, George Clooney e (ça va sans dire) una caterva di effetti speciali: l’ho trovato al tempo stesso indisponente e imperdibile. Il suo principale difetto è che la storia praticamente non esiste (in sintesi: uno Shuttle in missione viene distrutto da una pioggia di detriti; si salvano in due, il Vecchio Saggio e la Bella Novellina; lui si sacrifica per salvare lei, che, dopo aver saltabeccato un po’ da un’astronave all’altra, riesce miracolosamente a tornare a terra sana e salva). Di fatto alla seconda scena il film è già finito e da lì in poi vive esclusivamente delle evoluzioni della Bullock, tanto spettacolari quanto scontate, non solo nell’esito, ma perfino nello svolgimento. A ciò si aggiunge uno dei più gravi errori di tutta la storia del cinema, che però, curiosamente, non è stato fin qui rilevato (almeno a mia conoscenza) da nessuno dei tanti illustri scienziati e astronauti che hanno invece ingenerosamente rimproverato al film altri errori assolutamente veniali: perché d’accordo, è vero che non si può calcolare “a occhio” la traiettoria per il rendez vous con la Stazione Spaziale (ISS) - cosa che richiede un lungo lavoro e l’uso dei computer - né raggiungerla usando un semplice zainetto a razzo (dato che la ISS è un ago nel pagliaio cosmico, attraverso cui si muove alla folle velocità di quasi 8 km al secondo); ma è altrettanto vero che tutto ciò è ben poca cosa rispetto a quanto normalmente si vede (e si perdona) nei film di fantascienza (e sorvoliamo per carità di patria sull’altro rimprovero – questo addirittura grottesco – circa l’assenza del “pannolone spaziale” nella tuta della Bullock). Tanto più poi che queste licenze erano assolutamente necessarie, perché la semplice quanto tragica verità è che tutto quello che uno potrebbe fare per salvarsi se si trovasse davvero in quella situazione è riassumibile in una sola parola: nulla. E col nulla è difficile fare qualcosa, tanto meno un film. Qui secondo me Gravity ha paradossalmente pagato il suo eccesso di realismo: infatti la ricostruzione pressoché perfetta dell’ambiente e dell’attività ordinaria degli astronauti (ottenuta anche grazie alla collaborazione della Nasa) ha evidentemente indotto molti a pretendere, irragionevolmente, che l’aderenza alla realtà venisse mantenuta anche nelle scene di azione, dove invece è giusto che prevalga la fantasia.



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COMMENTI
26/11/2013 - ILa consistenza (maurizio candelori)

si, leggendo l'articolo mi veniva in mente di come lo spettatore si possa immedesimare nella protagonista soprattutto nella sensazione di peso, di consistenza... cioè di colpo prendere coscienza di avere la vita attraverso ogni parte del proprio corpo che pesa e anela a terra perchè attratta da essa e vincolata ad essa per vivere...