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SCIENZA & VITA/ Un Festival per dire che “la vita non è sola”

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La locandina del Festival  La locandina del Festival

 

Non siamo mai, in assoluto, esseri autodeterminati, se è vero che conviviamo con una serie di regole familiari e sociali che ci condizionano. Bisogna mettere in evidenza il valore della “relazione”. La relazione di cura deve potersi esprimere non solo dentro l’esperienza del dolore e della malattia. È un valore che deve accompagnare una madre che aspetta un bambino, un giovane in difficoltà, una coppia in crisi, un anziano che aspira ancora a sentirsi parte del mondo.

 

Come valuta l’attuale contesto socio-culturale in riferimento alla dimensione comunitaria della vita?

 

Da sempre l’uomo si è organizzato in comunità che gli permettono di sopravvivere con maggiori garanzie. Il primo nucleo comunitario è la famiglia, con bambini, genitori e nonni. Questo tipo di comunità garantisce la crescita di un neonato e aiuta l’anziano nella sua fragilità accompagnandolo al termine naturale del nostro ciclo di vita. Purtroppo, un progressivo ma inesorabile scivolamento di valori non più basati sulla centralità della comunità ma verso la centralità dell’individuo, ha determinato nell’ultimo ventennio una solitudine dell’uomo che si chiude sempre più in se stesso, nei suoi diritti, nel suo egocentrismo.

 

Lei è un medico,un genetista: come si pone la scienza di fronte a queste problematiche?

 

Anche la scienza, in tutte le sue espressioni teoriche ed empiriche, parla della rete di cooperazione biologica, ad esempio, e di come tutto il nostro corpo risponde a meccanismi neurofisiologici che esprimono l’unità della persona nella differenza delle funzioni e delle parti. Dobbiamo cercare di veicolare un messaggio di fiducia nella ricerca scientifica e nella pratica clinica: la scienza è fatta da uomini e donne che condividono la nostra comune umanità e sono parte del complesso relazionarsi al mondo. Non esistono gli umanisti da un lato, e gli scienziati dall’altro: la scissione di questi due mondi genera solo una nefasta separazione e parzialità delle pratiche, che si riversano negativamente sulla nostra esperienza quotidiana.

 

Il Festival è nato dalla vostra Associazione; a chi si rivolge?

 

A tutti. Il Festival, ripercorrendo l’arco della vita dalla nascita al suo tramonto naturale, vuole con gioia e grande desiderio di condivisione ricordare che la felicità nell’uomo non è basata su quello o su quanto fa ma su “come lo fa” e sui valori che lo sorreggono. La “laicità” del nostro approccio peraltro non deve far dimenticare come la visione cristiana dell’agape è un bene comune a cui tendere. Non si tratta di fare apologetica, ma neppure di dimenticare le nostre singole storie di persone che hanno incontrato il Signore e gli hanno risposto, guadagnando una prospettiva allargata di fronte alle urgenze del nostro presente. Si tratta in questo caso di trovare le parole giuste perché questo festival sia un evento fatto da credenti, che vogliono condividere con tutti la luce che è stata a loro donata.

(Michele Orioli)




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