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BIOLOGIA/ Sul palcoscenico più piccolo del mondo le "repliche" non finiscono mai

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Quindi per copiare il secondo filamento o si aspetta che tutto il Dna sia stato “aperto”, oppure si procede a segmenti, mano a mano che questi si creano durante l’avanzamento della Dna elicasi, che scioglie i legami a idrogeno e apre la zip. Un primer di Rna le si affianca in modo complementare e crea così uno zoccolo di partenza per il nuovo filamento di Dna che crescerà per apposizione di nuove basi azotate nella direzione opposta a quella nella quale sta viaggiando l’enzima. Sì, ci vuole un primer (=inizio) perché la Dna polimerasi non può partire da zero; parte solo se trova un primo pezzo cui agganciarsi.

Un filamento originale di Dna è detto dunque a replicazione “veloce” e l’altro è detto a replicazione “lenta” perché sarà fatto di tanti frammenti di Dna, nuovi, che si creano di volta in volta, mano a mano che si scoprono nuove basi azotate spaiate. Da notare che la Dna polimerasi si “sposta”, appena terminato un frammento, per riprendere posizione retrograda, vicino alla forcella che si apre di continuo, e formare quindi un nuovo frammento. I frammenti vengono poi saldati insieme in un unico nuovo filamento di Dna. Sono i famosi frammenti di Okazaki, dal nome dello scienziato giapponese Reiji Okazaki che li ha scoperti nel 1966. 

 È quindi incredibile osservare la replicazione del Dna in una animazione disponibile su youtube: si vede la doppia elica originale che viene aperta da una pallina che avanza e contestualmente una nuova doppia elica che cresce per apposizione di nuove basi azotate a due estremità opposte, una è nella direzione di avanzata e l’altra nella direzione retrograda.

Il tutto grazie alla presenza di nucleotidi pronti nel succo nucleare, di Atp ricco di energia da liberare, di Rna che funge da primer e infine di enzimi complessi come la Dna polimerasi, la vera “testa intelligente” di tutto il processo. Da notare inoltre che l’enzima ha anche la funzione di “correttore di bozze”, per cui sintetizza nuovo testo ma anche lo corregge se presenta mutazioni.

È uno spettacolo incantevole, che ci lascia senza parole: sul palcoscenico più piccolo e più nascosto del mondo, quello del nucleo della cellula, va in scena un capolavoro finemente regolato in ogni frazione, dove tutti gli attori sono co-protagonisti e, con ritmo incalzante e perfettamente sincronizzato, riproducono se stessi all’infinito. Senza capire quello che fanno, perché sono solo molecole e soprattutto senza mai svelare il nome del regista, che si nasconde bene e non appare mai.

 Et voilà: in pochi minuti copiati tre miliardi e duecento milioni di battute, senza che nessuno possa vederlo. Come se la complessità fosse scontata. Una bella meditazione sulla potenza e sulla grandezza del Logos che sta per nascere in mezzo a noi, anche quest’anno, ma nascosto in una grotta, perché solo chi vuole possa vederlo davvero.



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