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IL PUNTO/ La ricerca spaziale italiana: declino o nuovo protagonismo?

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L’Italia avrebbe anche la necessità di rendersi indipendente con uno o più satelliti operanti nel visibile. Ma non ci possiamo più permettere il lusso di costruire grandi satelliti (da più di 500 kg) con orbita a 600/700 km. Costano troppo per le risorse disponibili. Possiamo però anche in questo campo aver uno scatto di orgoglio e pensare, per il momento, a nano/micro satelliti orbitanti a quote molto più basse (250/300 km). Costano pressoché un decimo e possiamo metterne in orbita più d’uno, visto che la loro vita media è minore rispetto ai grandi satelliti. La combinazione ottico/radar farebbe dell’Italia ancora un attore di primissimo piano nel panorama internazionale.

Si può pensare anche ad altri progetti “leggeri”?

Credo che si debba fare uno sforzo per reperire nel magro bilancio dell’ASI le risorse necessarie a finanziare bandi che mettano assieme le Aziende private con le Università e gli Enti di Ricerca. Bandi agili, di 18 mesi, che prevedano come risultato dei prototipi e non rapporti cartacei. Ne avremmo tutti da guadagnare e aiuterebbe lo spazio in Italia a non morire nell’attesa che questa terribile crisi finisca. Esempi di tematiche per questi bandi possono essere: payload ottici per piattaforme aeree (droni inclusi) e nano/micro satelliti, dirigibili stratosferici (la stratosfera è un illustre sconosciuto nel settore spaziale e il nostro Paese potrebbe fare molto). Insomma c’è da rimboccarsi le maniche e lavorare tutti assieme per costruire un futuro migliore anche nelle scienze spaziali. Utilizziamo questa crisi per far emergere il meglio del talento italiano. Torniamo all’entusiasmo del dopo guerra e degli anni’60, che i giovani di oggi neanche immaginano. Torniamo allo spirito dei nostri padri fondatori Amaldi e Broglio. Ridiamo speranza alle nuove generazioni e soprattutto diamo loro un futuro.

(Mario Gargantini)



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