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ARMI CHIMICHE/ Tutti (o quasi) al lavoro contro i rischi

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«Negli ultimi quarant’anni l’innovazione nel campo delle armi chimiche è stata pressoché nulla rispetto ad altri settori della ricerca militare, visto che la maggior parte delle sostanze pericolose attualmente note sono state sviluppate tra il 1930 e il 1960». Lo afferma il chimico Ferruccio Trifirò, professore emerito presso l’Università degli Studi di Bologna, che rappresenta l’Italia nel Comitato Scientifico dell’Organization for Prohibition of Chemical Weapons (OPCW), l’organizzazione vincitrice del Premio Nobel per la Pace che il prossimo 10 dicembre a Oslo ritirerà l’ambito riconoscimento. La mancanza di innovazione non significa che il problema sia meno grave e pressante. Tutt’altro. Infatti l’attività dell’OPCW continua intensamente fin dal 1997, quando è stata costituita ratificando la Convenzione per la proibizione delle Armi Chimiche (CWC) promossa dall’Onu nel 1993: da allora alla convenzione hanno aderito 190 Paesi e solo sei non l’hanno ratificata (Israele, Egitto, Myanmar, Sudan del Sud, Corea del Nord, Angola). Tra i compiti dell’OPCW c’è il controllo dell’osservanza da parte dei paesi firmatari degli obblighi ai quali si sono impegnati e cioè: disattivare gli impianti di produzione di armi chimiche, distruggere le armi immagazzinate, le vecchie armi e le armi abbandonate sul terreno, accettare tutti i controlli richiesti. Abbiamo incontrato il professor Trifirò in occasione di un incontro su “Scienza, rischio e responsabilità” svoltosi all’Università degli Studi di Milano.

Prima di parlare delle armi chimiche, consideriamo il quadro più ampio: cosa si intende per “pericolo chimico”?

 Ci sono molte sostanze chimiche, che i chimici trasformano giornalmente per produrre i manufatti e gli articoli che tutti i cittadini in ogni parte del mondo utilizzano, che sono tossiche per l’uomo, per gli animali e per l’ambiente. Ossia molte sostanze chimiche hanno delle proprietà di pericolo delle quali molte sono intrinseche. Ma è importante conoscere anche il rischio chimico legato ai quantitativi, cioè quello calcolabile come il prodotto della probabilità che una sostanza possa venire a contatto con l’uomo e con l’ambiente moltiplicata per la quantità utilizzata.

Si possono indicare delle aree di maggior rischio per un cattivo uso della chimica?

 Posso indicare cinque aree. Anzitutto gli usi criminali: purtroppo le armi chimiche sono prodotte con le stesse sostanze con le quali si producono prodotti utili. Poi c’è l’uso dispersivo dei prodotti chimici: diserbanti, pesticidi, insetticidi utilizzati senza controllo dell’effetto sull’ambiente, anche in seguito a eccesso di impiego, come pure i carburanti. Un altro punto è il destino dei prodotti chimici a fine vita: parlo dei rifiuti urbani, industriali, ospedalieri non distrutti o non collocati in maniera adeguata. Nelle attività produttive ci possono essere processi non ottimizzati e non ben controllati; o l’impiego di sostanze tossiche e nocive in cicli di produzione con il rilascio volontario o involontario di sostanze nocive nell’ambiente. Infine l’uso di prodotti non controllati che contengono sostanze tossiche; i vecchi prodotti chimici (decine di migliaia) non sono sufficientemente testati.

Cosa è stato fatto a livello normativo per abbassare il rischio chimico?

Per diminuire il rischio connesso con i prodotti chimici è stato fatto un importante lavoro legislativo sia in ambito europeo (basta citare le “Seveso”, la direttiva biocidi, il REACH …), sia su scala internazionale: qui posso ricordare la convenzione di Parigi sul bando delle armi chimiche; il protocollo di Montreal sul bando delle sostanze che alterano lo strato di ozono nella stratosfera; la convenzione di Stoccolma sul bando dei POP (Persistent organic pollutants) che migrano ai Poli Nord e Sud; la convenzione di Rotterdam sul PIC (Prior Informed Consent) ossia sull’obbligo di dare informazioni sulla vendita di composti tossici (in gran parte pesticidi) soprattutto per i paesi in via di sviluppo.

Come possiamo allontanare l’impressione che queste convenzioni siano solo una raccolta di “buone intenzioni”?

Bisogna ammettere che alcune convenzioni hanno avuto un grande successo. Quella di Montreal ad esempio è entrato in vigore il 1º gennaio 1989 e 197 nazioni, praticamente tutte, l’hanno ratificata. Ricordo che l'ex segretario dell'Onu Kofi Annan ebbe a dichiarare in proposito: «Si tratta di un esempio di eccezionale cooperazione internazionale: probabilmente l'accordo tra nazioni più di successo». Ma anche la convenzione sui POP ha funzionato; e quella stessa sulle armi chimiche sta raggiungendo i suoi obiettivi. Il fatto positivo di quest’ultima è che non solo c’è la convenzione sottoscritta ma è nata un’organizzazione, che è appunto l’ OPCW con sede a L’Aja, che opera per farla rispettare, con continue ispezioni e controlli da parte di personale specializzato. L’unica fallimentare è il protocollo di Kyoto. In generale si può dire che le convenzioni chimiche sono quelle con il maggior numero di paesi aderenti; e proprio attraverso la chimica le diverse nazioni del mondo si rendono conto di vivere sulla stessa barca (sullo stesso Pianeta) e collaborano per risolvere insieme problemi planetari.

Veniamo quindi all’OPCW: come ha operato per raggiungere i suoi obbiettivi e far rispettare gli obblighi dei paesi firmatari?



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